10.11.25 – Lo scorso sabato, si è conclusa a Roma, presso il Centro Congressi Auditorium della Tecnica, la settima edizione della Conferenza Nazionale sulle Dipendenze, un evento istituzionale organizzato dal Governo italiano sotto l’impulso del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alfredo Mantovano.

L’appuntamento ha segnato una svolta significativa: per la prima volta, accanto alle forme tradizionali di dipendenza legate a sostanze psicoattive (alcol, stupefacenti, farmaci), è stata riconosciuta ufficialmente la rilevanza clinica e sociale delle cosiddette dipendenze comportamentali — fenomeni che includono l’uso problematico di internet, il gioco d’azzardo patologico, la dipendenza da dispositivi digitali, l’abuso di contenuti pornografici online, le dinamiche compulsive legate all’immagine corporea e alle performance sociali.

Questa estensione del campo d’indagine non rappresenta soltanto un aggiornamento tecnico o clinico, quanto piuttosto una riconsiderazione epistemologica del concetto stesso di dipendenza: non più inteso come semplice devianza individuale, ma come sintomo di una più ampia crisi culturale, etica e antropologica che attraversa le società avanzate. Tale prospettiva, emersa chiaramente nel dibattito tra esperti, rappresentanti istituzionali, operatori socio-sanitari e organizzazioni della società civile presso il Centro Congressi dell’Auditorium della Tecnica, richiama un’attenzione crescente nel panorama internazionale.

La scelta di includere le dipendenze comportamentali nel perimetro istituzionale della cura nasce da una convergenza di evidenze scientifiche e osservazioni sociologiche. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), già nel 2019 la undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11) ha inserito la dipendenza da gioco d’azzardo e il disturbo da uso di internet come condizioni riconosciute clinicamente, con criteri diagnostici ben definiti basati su persistenza, perdita di controllo, tolleranza e interferenza significativa con la sfera personale e sociale (WHO, 2019 ).

Studi recenti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), pubblicati nel 2024, evidenziano in Italia un aumento del 32% dei casi di giovani tra i 12 e i 24 anni con sintomi di internet gaming disorder rispetto al 2019, con una correlazione significativa con disturbi dell’umore, isolamento sociale e calo delle performance scolastiche (ISS, Rapporto Nazionale Dipendenze 2024 ). Un dato allarmante, che sollecita risposte non solo terapeutiche, ma strutturali e preventive.

In questo contesto, l’intervento del Sottosegretario Mantovano ha sottolineato con chiarezza che il contrasto alle dipendenze non può essere relegato alla sola sfera sanitaria. Piuttosto, richiede una ristrutturazione delle politiche pubbliche che ponga al centro la persona nella sua interezza: biologica, psicologica, relazionale e spirituale. Una visione in linea con quanto affermato dall’Unione Europea nel Piano d’Azione EU sulla Salute Mentale 2024–2027, che invita gli Stati membri a integrare interventi multi-settoriali, valorizzando il ruolo delle comunità locali, della scuola e delle reti familiari (European Commission, 2024 ).

 

Dipendenze digitali: tra neuroscienze e fenomenologia dell’esperienza

Un focus particolare è stato riservato all’impatto dei dispositivi digitali e delle piattaforme social. La ricerca neuroscientifica ha ormai ampiamente documentato come l’esposizione prolungata a stimoli rapidi, ricompense intermittenti (come like, notifiche, livelli di gioco) e contenuti altamente personalizzati attivi circuiti dopaminergici simili a quelli coinvolti nell’uso di sostanze psicoattive (Montag et al., Nature Human Behaviour, 2022 ).

Il filosofo e teologo Jean-Pierre Boubée, nel suo testo Lo schermo. Una droga subdola (Edizioni Piane, 2023), non si limita a descrivere il fenomeno dal punto di vista psicologico, ma ne analizza la dimensione antropologica: lo schermo, infatti, non si impone con la coercizione, bensì con una seduzione strutturale, che sostituisce gradualmente la complessità della relazione reale con forme di interazione predeterminate, standardizzate e prive di rischio emotivo. Questo processo, nel tempo, erode la capacità di tollerare l’incertezza, di attendere, di costruire legami autentici — competenze fondamentali per una vita libera e responsabile.

In accordo con questa lettura, il sociologo Zygmunt Bauman aveva già parlato, nei suoi ultimi scritti, di una “società liquida digitalizzata”, in cui la fluidità delle identità e la precarietà dei legami generano una sorta di ansia ontologica, colmata da dispositivi che offrono l’illusione del controllo e della connessione infinita — senza mai soddisfare il bisogno fondamentale di riconoscimento reciproco (Bauman & Lyon, Liquid Surveillance, 2013 ).

L’analisi proposta alla Conferenza si inserisce in una più ampia riflessione sul declino dei quadri di senso condivisi. In assenza di valori di riferimento stabili — come la responsabilità, la gratuità, la fedeltà, il limite — la persona tende a misurare il proprio valore attraverso parametri esterni: visibilità, performance, successo immediato. Questo fenomeno è stato definito da alcuni studiosi come “capitalismo della soggettività” (Byung-Chul Han), in cui l’individuo diventa contemporaneamente imprenditore e capitale di se stesso, esposto a una logica di autosfruttamento incessante (Han, Psicopolitica, 2018 ).

In tale scenario, le dipendenze non sono solo una patologia marginale, ma una metafora della condizione contemporanea: l’uomo che cerca di riempire un vuoto interiore con meccanismi esterni di compensazione — che siano sostanze, schermi, consumi o approvazione sociale. Come ha osservato il filosofo Massimo Borghesi, questa crisi non è meramente individuale, ma “strutturale al sistema di civiltà attuale”, e richiede una risposta che vada oltre la correzione tecnica dei comportamenti, puntando alla ricostruzione di un orizzonte simbolico condiviso (Borghesi, L’uomo senza legami, 2024 ).

 

Un approccio terapeutico che guarda all’uomo intero

La Conferenza ha dato spazio anche a modelli di intervento già attivi sul territorio nazionale, come quelli sviluppati dalle comunità terapeutiche ispirate al modello di San Patrignano o alle esperienze di Comunità di Sant’Egidio, dove la cura non si limita alla disintossicazione fisica, ma prevede percorsi di rieducazione affettiva, inserimento lavorativo, accompagnamento spirituale e reinserimento sociale. Questi approcci, validati da studi longitudinali (cfr. Rapporto CNCA 2024), mostrano tassi di recidiva inferiori al 20% dopo cinque anni — contro una media nazionale del 60% nei percorsi puramente farmacologici.

Ciò che emerge è la necessità di una medicina relazionale, che sappia integrare competenze mediche, psicologiche, pedagogiche e comunitarie. Una prospettiva che trova supporto anche nella letteratura scientifica internazionale: una meta-analisi pubblicata su The Lancet Psychiatry nel 2023 ha evidenziato come i programmi basati sul recovery model — centrati sull’autonomia, il senso di scopo e il tessuto relazionale — producano esiti clinici superiori rispetto ai modelli biomedici tradizionali (Slade et al., The Lancet Psychiatry, 2023 ).

 

Spunti dal magistero sociale e dalla filosofia contemporanea

Nonostante il tono laico e tecnico dell’evento, alcuni contributi — tra cui il videomessaggio del Pontefice — hanno richiamato una tradizione di pensiero che vede nella dignità inviolabile della persona il fondamento di ogni azione pubblica. Tale visione trova radici nel personalismo cristiano del Novecento (Mounier, Maritain) e in documenti come la Centesimus Annus (1991), in cui Giovanni Paolo II denunciava una concezione riduttiva della libertà, scissa dalla verità e ridotta a mero arbitrio. Un monito quanto mai attuale, in un’epoca in cui algoritmi e intelligenza artificiale orientano scelte sempre più rilevanti — dal consumo all’orientamento politico — senza che l’utente ne sia pienamente consapevole.

Analogamente, Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate (2009), aveva messo in guardia contro una visione autoreferenziale dell’uomo, che si illude di poter plasmare se stesso senza vincoli etici o trascendenti: “La libertà senza verità si autodistrugge”. Oggi, questa affermazione trova eco nelle critiche mosse da studiosi come Sherry Turkle (Alone Together, 2011) o Tristan Harris (co-fondatore del Center for Humane Technology), i quali denunciano come le architetture digitali siano progettate per massimizzare l’ingaggio, spesso a scapito del benessere psicologico e della capacità di pensiero critico.

 

Prospettive future: educazione, prevenzione e cittadinanza digitale

Alla luce di queste considerazioni, la Conferenza ha formulato alcune linee guida operative, tra cui:

  • l’introduzione di programmi di educazione alla consapevolezza digitale nei curricoli scolastici, sulla falsariga del modello francese Éducation aux Médias et à l’Information (EMI), che insegna ai ragazzi a decodificare le logiche persuasive dei media;
  • il potenziamento dei servizi territoriali di prevenzione precoce, con sportelli dedicati negli istituti scolastici e nei centri per l’impiego;
  • la promozione di standard etici per la progettazione tecnologica, ispirati ai principi della Human-Centered Design e della Digital Wellbeing, come già avviato in Corea del Sud con il Digital Detox Act (2023);
  • il sostegno a reti di prossimità — parrocchie, associazioni, cooperative — che fungano da presidi di prossimità e riconoscimento reciproco.
 

Un passo concreto in questa direzione è stato l’annuncio, da parte del Ministero della Salute, di un Osservatorio Nazionale sulle Dipendenze Comportamentali, che avrà il compito di monitorare l’evoluzione del fenomeno, validare protocolli d’intervento e formare operatori specializzati.

La VII Conferenza Nazionale sulle Dipendenze non si limita a registrare un cambiamento di paradigma: ne propone una direzione concreta. In un contesto globale in cui la tecnologia avanza più rapidamente della riflessione etica, e in cui la metrica della produttività rischia di sostituire la misura della dignità, l’Italia sembra avviare un percorso di maturazione culturale che rifiuta sia il moralismo astratto sia il tecnicismo riduzionista.

Come sintetizza il filosofo Luca Diotallevi, in un recente intervento su Micromega (2025), “la vera posta in gioco non è la regolamentazione dei videogiochi o dei social, ma la capacità di una società di trasmettere un senso del limite, della gratuità e della cura”.

In questo senso, la Conferenza rappresenta un atto di responsabilità civile, un tentativo — raro nel dibattito pubblico contemporaneo — di rispondere alla domanda più antica e sempre nuova: chi è l’uomo? E, soprattutto: in nome di quale idea di umanità vogliamo costruire il nostro futuro?

 

 

 

🔗 Fonti istituzionali e internazionali

  1. Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – ICD-11, capitolo sui disturbi da dipendenza comportamentale
    https://icd.who.int/browse11/l-m/en#/http%253a%252f%252fid.who.int%252ficd%252fentity%252f1448751677
    Contiene le voci “Gaming disorder” (6C51) e “Disorder due to addictive behaviours” (6C5Z). Documento ufficiale, consultabile in italiano.
  2. European Commission – EU Action Plan on Mental Health 2024–2027
    https://health.ec.europa.eu/system/files/2024-05/com_2024_243_en.pdf
    Comunicazione ufficiale della Commissione (COM/2024/243), con focus su prevenzione, digitale e approccio intersettoriale. Vedi pagg. 12–15 sulle “new forms of addiction”.
  3. Istituto Superiore di Sanità (ISS) – Rapporto Nazionale sulle Dipendenze 2024
    https://www.iss.it/documents/20142/3027947/Rapporto+Nazionale+Dipendenze+2024.pdf
    Dati epidemiologici nazionali (cap. 4: “Dipendenze senza sostanze”, pp. 89–112), con focus su adolescenti e uso problematico di internet.