Sono molti e anche allarmanti gli episodi di violenza che si sono registrati in diverse città e che vedono protagonisti giovani e giovanissimi. Tra gli ultimi di questi giorni, la rapina all’Eurospin di Torino ad opera di due adolescenti, il pestaggio dell’autista di un autobus ad Anzio da parte di una “baby gang”, il minorenne che “imitando Gomorra” aggredisce due quindicenni sulla Roma-Lido. Ed ancora, due giovanissimi che rapinano un ventenne in pieno centro a Bergamo, due minorenni aggrediti, apparentemente senza motivo, a Rimini da un gruppo di ragazzi, un gruppo di giovani che nel quartiere romano di Ottavia massacra di botte un quindicenne per uno sguardo di troppo rivolto a due ragazze ed un gruppo di giovani vandali che irrompe nottetempo in un istituto romano per disabili.
Per non parlare di rapine a ripetizione compiute da giovani in diverse zone di Napoli che hanno indotto molte mamme di minori vittime di atti predatori ad organizzare una manifestazione di protesta in piazza. Già nei mesi passati brutti segnali si erano avuti con una banda di giovanissimi romani, arrestati dalla Polizia, ai quali erano stati attribuiti una quarantina di rapine da Acilia all’Eur mentre un’altra baby gang, a Milano, aggrediva le vittime per rapinare smartphone o per bottini di scarsa consistenza. Le cronache degli anni passati ci avevano fatto conoscere fatti di violenza, anche gravissimi, da parte di bande (maras, pandillas) di giovani sudamericani ed è davvero triste rilevare come ci sia il pericolo che si possano diffondere nelle nostre periferie, tra i nostri giovani, questi modelli di sopraffazione.
Se, tuttavia, le bande di strada sudamericane rappresentano un fenomeno che non riguarda soltanto gli ambiti della criminalità e della devianza giovanile ma anche quello dell’integrazione dei migranti e delle seconde generazioni, l’adesione ad un gruppo di strada di giovanissimi italiani sembra più collegato alla carenza di modelli di riferimento buoni, al vuoto di valori, ad una povertà culturale che sta causando un profondo malessere soprattutto per chi vive nelle periferie dove, in generale, è ben nota la mancanza di strutture e servizi di base. In alcuni casi l’adesione di un giovane ad un gruppo di strada può rappresentare una via di fuga da situazioni familiari complicate, da carenze affettive, dalla mancanza di opportunità educative e lavorative, da una bassa autostima. Nel gruppo i giovani trovano le risorse per compensare le carenze affettive che sono mancate dalla famiglia, dalla scuola.
Nel gruppo si condividono esperienze e si può contare sull’appoggio degli amici, si è compresi, ci si sente protetti. C’è un gran bisogno, allora, di un serio investimento culturale che possa contribuire a recuperare la centralità di idee e valori in una società diventata tutta periferica e dove è forte la tentazione di avere più visibilità con la violenza, contrapponendosi agli altri. Diventa, allora, fondamentale, fornire buoni esempi ai giovani, prestare ascolto, suggerire percorsi per evitare i pericoli di assorbimento in modelli culturali violenti. Ed è grande la responsabilità che si devono assumere le istituzioni, la società, la scuola, le famiglie, la Chiesa. E sono altrettanti gravi i ritardi e le sottovalutazioni di tutti che si annotano sul tema. Questi episodi di violenza perpetrata dai giovani potrebbero essere anche la manifestazione di problemi strutturali più profondi raggruppabili in quei tre gruppi di fattori (individuali, domestici/familiari, comunitari e sociali) definiti dalla Banca Mondiale una decina di anni fa. Potrebbe, tuttavia, trattarsi anche di una enfatizzazione dei media sul tema baby/gang in cui far confluire tutti i fatti di cronaca legata ai giovani determinando, così, la crescita della importanza della notizia nella gerarchia dell’informazione. Si vedrà nei prossimi mesi se ci troviamo innanzi ad un fenomeno criminale sovradimensionato e, quindi, ad una sua rappresentazione errata.
Per SIPaD – Dott. Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).
