La cura del gioco d’azzardo è una scommessa perduta?

Riceviamo e pubblichiamo un’analisi sul “Gioco d’Azzardo Patologico” (GAP) nella realtà problematica di una piccola provincia italiana, scritta da Antonella Iarussi, infermiera del Ser.D. Isernia I.  

Gioco d’Azzardo Patologico, Ludopatia, Gambling, GAP sono tutti sinonimi di una nuova patologia da dipendenza… una dipendenza senza sostanza. Ormai da anni è accertato che il comportamento ludico, che ha origini antiche e che accompagna da sempre l’uomo; se ripetuto nel tempo, perdendo le caratteristiche dell’occasionalità, darà assuefazione, astinenza e dipendenza come una sostanza d’abuso. Se il gioco è associato, poi, al denaro (scommesse, premi monetari, ecc.) ancora di più avremo il rinforzo della dipendenza.
Tale definizione è oggi, talmente accreditata che anche nell’ultimo Manuale Diagnostico per i Disturbi Psichiatrici dell’American Pshychiatric Association (il DSM 5), il Gioco d’Azzardo Patologico viene classificato come una Patologia da Dipendenza, abolendo di fatto la precedente definizione, presente nel DSM IV, in cui si parla di un “Disturbo del Controllo degli Impulsi”. Il fine di questo articolo, però, non vuole essere una dotta disquisizione tecnica su questa complessa nuova piaga sociale, piuttosto una esternazione, una serie di domande che restano senza risposta: come è possibile il fiorire indiscriminato di Sale Scommesse, Bingo, Sale per Slot Machine etc. ? come mai, in un momento di profonda crisi economica, queste attività proliferano? Come è possibile il sorgere di queste attività vicino a luoghi sensibili a persone vulnerabili come anziani e bambini?

Chi deve controllare tutto questo? Lavoro in un Servizio per le Dipendenze (Ser.D) ad Isernia dove c’è stato, negli ultimi anni, un incremento significativo di utenti afflitti dal Gioco D’azzardo Patologico. Utenti che da soli o con i loro familiari hanno sperimentato sulla propria pelle il vortice distruttivo e drammatico del gioco d’azzardo ed insieme a noi sperimentano giorno per giorno le enormi difficoltà che si incontrano nel tentativo di uscirne.

Intanto, di fronte al nostro Servizio, nel 2012, è stata aperta una Sala Slot e Scommesse! Una sala scommesse di fronte al Ser.D, dove i malati di gioco vanno a curarsi, e se non bastasse, a neanche 200 metri da una scuola media e a 300 da un’altra. Ciò che è successo ad Isernia ha davvero dell’incredibile.

Due anni fa abbiamo denunciato la cosa sui giornali locali e nazionali ma tutto è stato vano. Il Molise, almeno fino al 2012, risultava essere la Regione con il più alto numero di scommettitori d’Italia.  Il 57 % dei cittadini sfida la sorte per gioco ed anche la cifra spesa alle slot ogni anno (750 euro nei primi 10 mesi del 2012) ha rappresentato il 4,9% del reddito pro capite: la seconda percentuale più alta nel Paese. Tante le casalinghe, ma anche i giovani, gli operai e i pensionati che non rinunciano a una puntata alle slot. Il gioco dilaga ed intanto la Regione Molise non ha ancora approvato una norma contro la ludopatia!

Possibile che non si possa far nulla? Ad Isernia, una città di circa 20.000 abitanti, i negozi chiudono per la drammatica crisi economica mentre le sale scommesse e sale slot machine proliferano. Attualmente soltanto in città ce ne sono più di una decina e innumerevoli sono i bar o tabacchi con “angolo slot” anche vicino a luoghi sensibili come parchi pubblici, scuole, etc.

Cosa fare? Molto poco, anche perché ribellarsi, protestare significa scontrarsi con interessi e poteri forti  per cui nessuno alla fine, per paura, per stanchezza  è andato avanti, nessuno  ha continuato a lottare ed oggi, nel 2016, nulla è cambiato se non l’aumento  degli utenti affetti da GAP che chiedono aiuto al nostro Servizio .

Il nostro Ser.D si occupa, tra la altre patologie da dipendenza, anche di GAP ormai da anni; non è strutturato e dedicato esclusivamente al GAP ( credo, peraltro che questa sia la  condizione di molti Ser.D anche nelle altre regioni d’Italia ) ma esiste in cantiere una progettualità sia  per la formazione che per la creazione di luoghi ad hoc per la “ cura “ della dipendenza da gioco .

Il Servizio ha competenza territoriale e risponde alle richieste d’aiuto o direttamente in loco o preventivamente attraverso un couseling informativo telefonico. Dal primo colloquio, nel quale si attiva la fase di accoglienza e presa in carico rivolta al paziente e/o alla famiglia, si passa a fasi successive: osservazione e diagnosi, trattamento, consolidamento, valutazione, prevenzione delle ricadute e follow up periodici nel tempo. Un’equipe multidisciplinare composta da tre Dirigenti Medici, due Dirigenti Psicologi, due Assistenti Sociali, un Sociologo e tre Infermieri che si forma di volta in volta , in base ad una turnazione, è comunque un buon modello per un  approccio efficace e funzionale alle problematiche di gioco dei nostri pazienti.

Il mio ruolo di infermiera presso il Ser.D, non si ferma all’aspetto clinico ed al supporto tecnico, pure fondamentali ed insiti nella mia formazione ma include anche le capacità relazionali e di mediazione, di fondamentale importanza nella nostra attività quotidiana. In generale, io e i miei colleghi ci muoviamo nel Servizio interagendo con ogni singola figura professionale e raccordando ogni azione tra i vari operatori, dall’accoglienza all’informazione, dall’educazione alla prevenzione, dalla definizione degli obiettivi alla valutazione dei risultati.

Ma, basta tutto questo? Noi ci siamo come Servizio, ma siamo l’ultimo anello di una catena che andrebbe rivista a monte. Noi ce la mettiamo tutta ma bisogna ancora, necessariamente, riempire una “vacatio” legislativa che disciplini e regolamenti il gioco.

Come fare ad arginare il fenomeno? Il problema è che pur essendoci dal 2012 (legge Balduzzi) una legge dello Stato che definisce il gioco d’azzardo patologico una dipendenza e pur affidandone, finalmente, la cura ai Servizi per le Dipendenze, a livello della nostra Regione, come dicevo, non c’è alcuna regolamentazione chiara. Nell’ambito di un’indagine conoscitiva svolta dalla XII Commissione Affari sociali della Camera dei deputati, la Conferenza delle Regioni ha approvato una relazione sul gioco d’azzardo patologico: in questo documento le Regioni hanno fatto notare come non esista un quadro normativo di riferimento che definisca il gioco d’azzardo patologico come un problema di salute e ne stabilisca la responsabilità della cura.

Di conseguenza, le iniziative di prevenzione, cura e assistenza alle persone con problemi di gioco d’azzardo patologico e dei loro familiari, sono state lasciate alla sensibilità di alcuni amministratori regionali e di professionisti del settore, sia appartenenti alle Aziende Sanitarie Locali che al privato sociale. Non esistono neanche precise e chiare norme regionali che possano limitare il diffondersi di esercizi commerciali “dedicati” al gioco d’azzardo.

In sostanza il Monopolio di Stato “regola” ed “organizza” il gioco in Italia attraverso le concessioni ed in termini molto semplici la “concessione” (e quindi il gioco) è diventata una delle leve fiscali principali dello Stato. Lo Stato, quindi da un lato contribuisce pienamente ad incrementare la proliferazione caotica delle sale-gioco nel Paese, dall’altro, in modo paradossale, è costretto a rimediare risorse per la cura delle persone che lo stesso ha contribuito a fare ammalare:

  1. Nel 2012 il decreto Balduzzi per la prima volta ha incluso il gioco patologico nei Livelli Essenziali di Assistenza LEA (anche se, in pratica, questo punto non è disciplinato in modo chiaro a livello periferico).
  1. Sono stati impiegati vari mezzi pubblicitari per limitare, mettere in guardia e tutelare i minori.
  1. Sono stati utilizzati mezzi di incentivazione e premio per gli esercenti che rinuncino o dismettano apparecchi da gioco nelle loro attività.


Serve tanto altro ancora. 
Serve un processo socialmente sostenuto, fatto da azioni educative e dalla diffusione di interessi sani e pratiche di responsabilità. Il messaggio che voglio trasmettere è che il Gioco d’azzardo esiste ed è una malattia che pesa come un macigno sulla nostra società; non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di nulla ma adoperarci in modo multidisciplinare e compatto.

 

di Antonella Iarussi
Infermiera Ser.D Isernia