La Cina, grande riciclatrice di denaro sporco?


Nonostante le dichiarazioni (e le buone intenzioni) espresse, nei mesi passati, dal portavoce del Ministero degli esteri cinese secondo cui “la Cina non è, non è mai stata né sarà mai un centro per il riciclaggio di denaro sporco”, le informazioni che circolano sul punto sulla reale situazione nel paese sono decisamente poco rassicuranti. Lo ha affermato, senza mezzi termini, l’Associated Press, secondo cui la Repubblica Popolare cinese è diventata il crocevia per la ripulitura del denaro sporco a livello internazionale. E’ la conclusione di una lunga inchiesta che ha messo in luce un complicato sistema di transazioni risultate false, esportazioni e importazioni gonfiate, investimenti diretti internazionali fasulli, banche illegali attraverso cui, diverse organizzazioni criminali avrebbero riciclato, nel tempo, alcuni miliardi di dollari. Tutto reso possibile anche per le reticenze delle autorità cinesi a fornire informazioni ed elementi probatori agli inquirenti di altri paesi che ne avevano fatto richiesta per le indagini in corso.

Anche di recente, marzo 2016, il Dipartimento di Giustizia americano ha “bacchettato” il corrispondente cinese per la scarsa collaborazione in investigazioni giudiziarie internazionali. Le informazioni dell’intelligence europea presente in Cina, parlano di sistema utilizzato dai cartelli messicani e dalle organizzazioni colombiane, dai narcotrafficanti nord africani e dalle bande israeliane e spagnole. Stesse valutazioni vengono da parte della organizzazione no-profit Global Financial Integrity che considera la Cina “il primo esportatore al mondo di denaro illecito”. Un contributo a scoprire il complesso network di esportazione di capitali è venuto da Gilbert Chikli ideatore del piano noto come la “truffa dei CEO” e realizzato attraverso e-mail hackerate e “telefonate persuasive” spacciandosi come amministratore delegato di un’azienda per indurre gli interlocutori a versare cospicue somme di denaro sul proprio conto in banca.

Il risultato, incredibile, è che la truffa avrebbe fruttato quasi due miliardi di dollari coinvolgendo una settantina di paesi tra cui la Cina. Pare che gran parte dei proventi ottenuti illegalmente in Europa abbiano avuto come destinazione finale Wenzhou (Zheijiang, regione da dove provengono gran parte dei cinesi che si trovano in Italia), considerata la “capitale del credito ombra”, città dove sono attive numerose piccole attività imprenditoriali che, in realtà, operano sottocopertura come agenzie di trasferimento di denaro. Un sistema che richiama quello del “fei qian” (flying money), in cui gli immigrati cinesi residenti nelle varie città europee fanno da intermediari, spesso tra esponenti della c.o., in particolare quella collegata al narcotraffico, e banche cinesi su cui depositare il denaro sporco. C’è, poi, un altro aspetto da non sottovalutare che emerge dalle stime di Fitch Rating secondo cui, nel 2015, nonostante i controlli, oltre 700 miliardi dollari sono usciti illegalmente dalla Cina attraverso il sistema di esportazioni sottofatturate combinate con importazioni gonfiate da parte delle varie aziende.

Tecnica, come noto, utilizzata anche dalle nostre parti come emerge, di tanto in tanto, nelle molteplici inchieste da parte della Guardia di Finanza e della magistratura. L’attuale quadro giuridico nazionale sarebbe  insufficiente a fronteggiare una situazione complessiva piuttosto seria e, a sollecitare una maggiore collaborazione con gli altri paesi nello specifico settore è stato Huang Feng, direttore dell’Institute for International Criminal Law (della Beijing Normal University), dichiarando che “se si vuole ottenere aiuto per riportare indietro i funzionari corrotti e le loro tangenti, occorre a nostra volta dare assistenza agli altri paesi quando ne hanno bisogno”. Forse sarebbe opportuno esaminare in modo più approfondito anche tutti i consistenti investimenti che molti cinesi hanno fatto di recente ( e che continuano a fare) in Italia, paese sicuramente “collaborativo” dove, proprio alcuni mesi fa (maggio scorso),  è arrivata un’alta delegazione del Ministero della Pubblica Sicurezza cinese per l’attivazione di un memorandum sui pattugliamenti congiunti di polizia nella capitale. Una collaborazione destinata a migliorare dopo l’entrata in vigore (gennaio 2016 ) del Trattato di mutua assistenza in materia penale tra i due paesi.

 

di Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).