
10.10.25 – Per la prima volta in Italia, un’azione legale collettiva di portata storica sta per essere discussa in tribunale contro alcune delle più influenti aziende tecnologiche al mondo. Il caso è stato avviato da una coppia di genitori, affiancati dal Movimento Italiano Genitori (Moige) e da altre organizzazioni che tutelano i diritti delle famiglie, con l’obiettivo di chiamare in causa Meta — società che gestisce Facebook e Instagram — e TikTok. Le due multinazionali sono accusate di progettare e implementare sistemi algoritmici che, sfruttando meccanismi psicologici di rinforzo, inducono un uso eccessivo e potenzialmente dannoso delle loro piattaforme da parte dei bambini e degli adolescenti.
Al cuore della vicenda c’è la storia di un ragazzino di soli dieci anni, il cui comportamento online ha allarmato la famiglia ei legali coinvolti. Secondo quanto emerso, il minore avrebbe trascorso fino a undici ore al giorno sui social, gestendo autonomamente un profilo creato senza la conoscenza né il consenso dei genitori. La prima udienza del processo è prevista per il 12 febbraio e potrebbe rappresentare una svolta significativa nell’approccio giuridico e normativo all’uso dei social media da parte dei più giovani.
L’azione legale si basa su tre fondamenta giuridiche principali. La prima riguarda il divieto, sancito sia dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) dell’Unione Europea che dalla legislazione nazionale italiana, di consentire l’iscrizione a piattaforme social a chi ha meno di 14 anni. Nonostante questa chiara disposizione, le piattaforme coinvolte continuerebbero a permettere l’accesso a milioni di utenti minori, in modo deliberato e ripetuto, secondo quanto affermato dai promotori della causa.
In secondo luogo, viene richiesto un intervento diretto sugli algoritmi di raccomandazione, ritenuti strumenti progettati per massimizzare il tempo trascorso online. Tali sistemi, operando attraverso feedback immediati e contenuti personalizzati, risultano particolarmente efficaci nel catturare l’attenzione dei giovani utenti, spesso ancora in fase di sviluppo cognitivo ed emotivo. La richiesta avanzata in tribunale è dunque quella di modificare o rimuovere questi meccanismi, qualora non possano essere resi sicuri per i minori.
Infine, la causa chiede che vengano introdotti avvisi espliciti e visibili riguardo ai potenziali effetti negativi sull’equilibrio psicologico derivanti da un uso prolungato dei social network, con particolare attenzione agli utenti più giovani.
L’allarme della comunità scientifica
L’urgenza di intervenire è stata ribadita anche da esperti del settore sanitario. Adele Minutillo, ricercatrice del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), ha evidenziato come l’eccessiva esposizione agli schermi possa manifestarsi in sintomi preoccupanti: aumento dell’irritabilità, tendenza all’aggressività e progressivo isolamento dalle interazioni sociali reali. Questi segnali, pur diffusi, spesso vengono trascurati o interpretati come semplici capricci adolescenziali, ritardando interventi tempestivi.
La dottoressa Minutillo ha inoltre raccomandato ai genitori di adottare misure preventive concrete, come evitare l’uso di smartphone e tablet almeno un’ora prima del sonno. Questa pratica, supportata da studi scientifici, contribuisce a preservare la qualità del riposo notturno e a proteggere il ritmo circadiano, facilmente alterato dalla luce blu emessa dagli schermi e dagli stimoli cognitivi generati dai contenuti digitali.
Le prove empiriche confermano la gravità del fenomeno. Uno studio congiunto condotto dall’Università Vita-Salute San Raffaele e dall’Università di Trento ha rivelato che circa il 40% dei preadolescenti accede illegalmente ai social network, aggirando i limiti di età richiesti. Ancora più allarmante è il dato relativo ai bambini tra i 9 ei 10 anni: quasi uno su cinque possiede già un profilo social, spesso creato autonomamente o con l’aiuto di coetanei, senza alcuna supervisione adulta.
Questi comportamenti non solo violano le normative vigenti, ma espongono i minori a contenuti non adatti alla loro età, a forme di cyberbullismo ea modelli comportamentali distorti, con conseguenze a lungo termine sul benessere psicologico e sociale.
L’Unione Europea avvia misure di protezione
Di fronte a questa emergenza crescente, l’Unione Europea sta attivando strumenti concreti per rafforzare la tutela dei minori online. Italia, Francia, Spagna, Grecia e Danimarca sono stati selezionati come Paesi pilota per testare un sistema innovativo di verifica dell’età sviluppato dalla Commissione Europea. Si tratta di un’applicazione prototipo che mira a garantire un accesso sicuro e conforme all’età, senza compromettere la privacy degli utenti. L’obiettivo è creare uno standard europeo affidabile, capace di impedire l’accesso di bambini e ragazzi a contenuti potenzialmente dannosi.
Verso una responsabilità condivisa
Il presidente del Moige ha chiarito che l’intento dell’azione legale non è ostacolare il progresso tecnologico, ma chiedere alle aziende di rispettare le leggi esistenti e di assumersi la responsabilità per gli effetti collaterali dei loro prodotti. “La tecnologia non è di per sé negativa”, ha affermato, “ma quando viene progettata senza considerare la debolezza dei minori, diventa un rischio sociale concreto”.
Mentre il digitale continua ad evolversi con ritmi vertiginosi, cresce la consapevolezza collettiva che la protezione dei più giovani non può essere lasciata al caso o alla sola responsabilità individuale delle famiglie. Scienza, società civile e ora anche il sistema giudiziario stanno convergendo verso un approccio più strutturato e preventivo. L’udienza del 12 febbraio potrebbe dunque segnare non solo un precedente giuridico, ma anche un cambiamento culturale fondamentale: riconoscere che la tutela dei minori nel mondo online è un obbligo morale e legale, non una scelta opzionale.
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