23.06.25 – Il dolore cronico non è solo dei pazienti in fase terminale, ma può interessare anche i guariti. In Italia il ricorso alla terapia del dolore rimane spesso insufficiente. Timori non giustificati su Fentanyl e dipendenza. DVera Martinella, da corriere.it

Circa il 50% dei pazienti affetti da cancro soffre di dolore cronico, che può presentarsi in ogni fase della malattia, e anche oltre la guarigione, a cui si aggiungono picchi di dolore intensissimo, che prendono il nome di breakthrough cancer pain: insorgono in modo rapido e inaspettato, anche 3-4 volte al giorno, con un forte impatto sul piano fisico e psico-emotivo. Per i pazienti oncologici il trattamento appropriato del dolore è un aspetto essenziale per migliorare la qualità di vita e garantire l’efficacia del percorso di cura. Secondo  gli esperti riuniti a Bari per il congresso dell’Area culturale «Dolore e cure palliative» della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (SIAARTI), però, in Italia il ricorso alla terapia del dolore rimane spesso insufficiente rispetto alle reali necessità dei pazienti, nonostante i significativi progressi nella consapevolezza e nella gestione del dolore. Per questo, durante il convegno, sono stati approfonditi vari aspetti con l’intento di aumentare la conoscenza della terapia del dolore, sgombrando il campo da pregiudizi e disinformazione sui farmaci oppioidi. L’obiettivo era anche sensibilizzare sull’importanza e sulla sicurezza di questo strumento per i pazienti oncologici e garantire un accesso ampio e appropriato alle cure che, grazie all’innovazione tecnologica, sono sempre più «a misura di paziente».

Le conseguenze nella vita dei malati

«Il dolore nei pazienti oncologici può derivare sia dalla malattia stessa, sia dai trattamenti ricevuti – spiega Silvia Natoliresponsabile dell’Area culturale «Dolore e cure palliative» della SIAARTI e co-responsabile scientifica del convegno -. Le conseguenze del dolore sono significative: influenzano la qualità della vita e gli aspetti sociali e relazionali del paziente, limitando la capacità di svolgere attività quotidiane, lavorare e mantenere contatti sociali. Questo può portare a isolamento e difficoltà nelle relazioni con familiari e amici. Inoltre, il dolore cronico è spesso associato a disturbi psicologici come depressione, ansia e stress, e può compromettere l’aderenza alle terapie, rendendo più difficile tollerarne gli effetti collaterali. Per questo, la terapia del dolore ha un ruolo fondamentale nel percorso del paziente oncologico, non solo nelle fasi terminali, ma anche durante e dopo la malattia».

 

(Omissis)

 

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