13.04.26 – All’Auditorium Scavolini la festa per i giovani dimessi dalla comunità L’Imprevisto: storie di dolore, riscatto e ritorno alla vita.

Pesaro ha applaudito chi ce l’ha fatta. All’Auditorium Scavolini, davanti a oltre 800 persone, si è svolta la festa delle “Dimissioni” dalla comunità terapeutica “L’Imprevisto”, il momento che segna la conclusione del percorso di recupero di un gruppo di giovani usciti dal tunnel delle dipendenze, del disagio psichico e dell’autodistruzione. Un appuntamento che, per molti, ha il valore di una seconda nascita.

Sul palco si sono alternate le voci di ragazzi e ragazze che hanno raccontato il proprio cammino. Tra queste, quella di Chiara, 20 anni, che ha ricordato il tentativo di suicidio avvenuto quattro anni fa e la lenta riconquista della vita. Accanto a lei, i nomi e le storie di altri giovani arrivati al termine del percorso comunitario: volti diversi, un’esperienza comune, quella di aver toccato il fondo e di essere riusciti a risalire.

La cerimonia ha riunito cittadini, famiglie, operatori, istituzioni civili e religiose. Presenti anche il sindaco di Pesaro Andrea Biancani e l’arcivescovo Sandro Salvucci. A colpire, più di tutto, è stata la forza dei racconti: parole segnate dalla sofferenza, ma anche dalla consapevolezza di aver ritrovato un orientamento. Come nel caso di Francesco, 26 anni, che ha descritto la dipendenza come una guerra persa in partenza, fino all’ingresso in comunità, dove ha imparato prima a guardarsi in faccia e poi a ricostruirsi.

Fondata nel 1990 da Silvio Cattarina insieme a don Gianfranco Gaudiano, “L’Imprevisto” rappresenta da decenni una delle realtà più note del territorio nel recupero dei giovani con problemi di devianza e tossicodipendenza. In 35 anni, dal centro pesarese sono passati oltre 1.500 ragazzi e ragazze. Sul sito ufficiale la cooperativa spiega di coniugare dimensione educativa, psicologica e formativa, con un forte coinvolgimento delle famiglie e con strutture dedicate anche al reinserimento.

A indicare il nucleo dell’esperienza è stato il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, che ha sintetizzato tutto in una formula netta: è l’amore a rendere ogni incontro un’opportunità. Una frase che, dentro questa storia, assume un significato concreto. Perché qui il recupero non viene raccontato come semplice uscita da una dipendenza, ma come ricostruzione della persona, delle relazioni e della fiducia in sé.

Silvio Cattarina, sociologo, psicologo ed educatore, continua a leggere il disagio giovanile come una profonda ferita affettiva e relazionale. Alla comunità, spiega, arrivano anche ragazzi molto giovani, convinti che il male abbia già vinto. Il lavoro educativo parte da lì: dal tentativo di restituire senso, legami, regole e capacità di stare con gli altri. L’idea di fondo è chiara: da soli ci si perde, insieme ci si può rialzare.

Nel tempo l’esperienza si è allargata. Alla comunità originaria si è aggiunta quella femminile “Tingolo per tutti”, insieme alle case di reinserimento e alla cooperativa sociale “Più in là”. Il sito ufficiale conferma anche l’articolazione delle strutture e il ruolo delle famiglie nel percorso terapeutico-educativo.

Il percorso, generalmente attivato tramite i servizi pubblici per le dipendenze e sostenuto dal Servizio sanitario nazionale, si svolge dentro regole precise: niente aggressività, niente cellulare, incontri mensili con i genitori, provvedimenti disciplinari in caso di violazioni gravi. La comunità dispone di circa 40 posti e 14 operatori, con una permanenza media attorno ai due anni. Un tempo lungo, ma necessario per passare dalla sopravvivenza a una vera ripartenza.

A rendere ancora più umano il clima della giornata c’era anche Paolo Cevoli, da anni vicino alla comunità. La sua presenza, tra ironia e leggerezza, ha aggiunto un tono diverso alla festa. Perché il ritorno alla vita, in fondo, passa anche dalla capacità di tornare a sorridere.

 


 
Fonti:

 

 

Natura_Foto di Michaela da Pixabay