01.02.21 – Il termine ricaduta deriva dal latino «recidere» ovvero ricadere, da cui «recidivus» a indicare colui che ricade.

Sin dall’antichità, nelle diverse culture indiana, egizia, greca e romana, «recidere» era considerato un deplorevole reato e il «recidivus» un malato inguaribile da eliminare anche fisicamente onde evitare il possibile contagio della collettività.

Il diritto romano aveva altresì escogitato il marchio o stigma, che veniva applicato sulla fronte del recidivo per la facile individuazione dello stesso, in sostanza una sorta di casellario giudiziale animato.
Anche il diritto canonico puniva con maggiore severità chi ricadeva nello stesso reato, ovvero chi perseverava in comportamenti vietati di carattere morale e nel disprezzo delle regole stabilite.

Più tardi, nel corso del XIX secolo, si fece strada il concetto di pericolosità sociale e i cosiddetti delinquenti, tra i quali erano inclusi i folli e «gli abusatori di liquori alcolici» (M. Foucault, Storia della follia, Milano, Rizzoli, 1984), divennero «degenerati ereditari»: «I beoni abituali sono immorali e
generatori di figli pazzi o delinquenti con precoci libidini», recidivi cronici per definizione, affermava il medico italiano Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare (C. Lombroso, L’uomo delinquente, Milano, Hoepli, 1876); essi, inoltre, rivestirono un ruolo di primo piano nelle categorizzazioni della nascente antropologia criminale.

 

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