13-02-20 – In aumento l’età, che si aggira sui 25-26 anni, con picchi che arrivano a 60 anni. Meno della metà non accede alle cure, soprattutto i più giovani, o lo fa troppo tardi. Non va meglio in Europa. Colpa dello stigma verso una malattia che ancora oggi è considerata una devianza: il paziente si vergogna e non chiede aiuto. Colpa anche delle terapie disponibili, “scomode” da somministrare e quindi non facilitanti l’aderenza. In arrivo in Italia nuovi farmaci a rilascio ritardato per curarsi in modo più semplice.

Pur in presenza di servizi e trattamenti adeguati, su 1,5 milioni di pazienti, in Europa, sofferenti da dipendenza da oppiacei, il 50% non riesce ad accedere alle cure. In Italia l’utenza arriva ai servizi con una latenza di, addirittura, otto anni. Troppo tempo perso, visto che la prognosi (vale a dire la previsione sul decorso e l’esito del quadro clinico) è legata in modo direttamente proporzionale all’accesso ai percorsi di cura: più l’intervento è precoce migliore è la prognosi.

Il motivo l’ha spiegato il responsabile del Ser.D. dell’Asl di Biella Lorenzo Somaini, nel corso del XIX Congresso della Società Italiana di Tossicologia (Sitox): “Anche se la dipendenza è classificata come disturbo mentale, è ancora percepita come devianza: esiste uno stigma sui pazienti che non facilita l’accesso alle cure. Inoltre, le terapie attuali sono orali, e richiedono l’assistenza e la frequenza quotidiana del paziente e dell’operatore. Quindi la somministrazione non è comoda”.

(…omissis…)

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