10-12-19 – In Malesia non si può certo dire che la legislazione antidroga sia”tenera” con i narcotrafficanti se si pensa che è sufficiente la detenzione di poco più di 15 gr. di eroina e di 40 gr. di cocaina per la pena capitale e, a giudicare dalle centinaia di condanne eseguite ogni anno, c’è da star sicuri che da queste parti non si scherza. Il fenomeno della tossicodipendenza, tuttavia, nonostante tutto ha assunto dimensioni preoccupanti se si riflette che su una popolazione di poco superiore ai 32 milioni di abitanti le stime dei tossicodipendenti – in prevalenza eroinomani ma anche dipendenti da amfetamine – sono di oltre 250mila persone.
Nonostante il paese non sia produttore di stupefacenti, sono stati individuati, sull’isola di Peneng, alcuni laboratori di raffinazione dell’eroina gestiti da gruppi di cinesi, thailandesi e malaysiani ma anche laboratori per la produzione di metamfetamine. La Malesia, oltre ad essere un paese di transito per gli stupefacenti diretti in Europa, costituisce anche una sorta di “buco nero” per i latitanti ( anche italiani) che giungono nella capitale Kuala Lumpur, per poi “sparire” verso ignote destinazioni. Anche nella vicina Repubblica di Singapore, considerata, a ragione, la “Svizzera dell’Asia” per la tutela che viene garantita al segreto bancario, la severità della legislazione antidroga è assicurata dalla pena di morte (reintrodotta nel 1979) che è possibile infliggere a coloro che detengono oltre 15 gr. di eroina, oltre 30 gr. di cocaina e 500 gr. di cannabis.
Che si tratti di pene reali e non virtuali lo si può rilevare da fonti governative che parlano di una persona “giustiziata” a cadenza quasi settimanale. A Singapore, paradiso fiscale per eccellenza, sono attive da anni le Triadi cinesi oltre a gruppi criminali di nigeriani, ghanesi e sudamericani. Nel panorama asiatico, la Repubblica di Indonesia continua a rappresentare uno dei paesi maggiormente coinvolti nel contrabbando, nell’emigrazione clandestina e nel commercio degli stupefacenti. Indipendente dall’Olanda sin dal 1949, l’Indonesia (è il più grande arcipelago dell’Asia con oltre 13mila isole e 270milioni di abitanti) ha attraversato momenti di gravissime crisi con violenti scontri tra il governo centrale e gruppi di varie etnie e religioni disseminati in varie province.
Nella lotta alla droga la diffusa corruzione nei vari apparati amministrativi gioca ancora un ruolo determinante. Il paese è territorio di insediamento di gruppi di narcotrafficanti di provenienza africana, europea, russa, giapponese e cinese che provvedono a smistare l’eroina in molti paesi dalle città di Jakarta e Denpasar. La regione a statuto speciale di Macao, per anni considerata la “gemella ricca” di Hong Kong, rappresenta un piccolo ma efficiente sistema economico-criminale sotto il controllo delle Triadi cinesi e della criminalità organizzata sudamericana che, sin dal 1997, vi ha aperto propri “uffici di rappresentanza”. Nel paese sempre più diffuse le droghe sintetiche prodotte in laboratori artigianali e destinate ai locali notturni e ai casinò.
Un lontano ricordo è, ormai, la stabilità che sembrava caratterizzare l’ex colonia inglese di Hong Kong (indipendente dal luglio 1997), divenuta territorio cinese ma in regime di amministrazione speciale con una particolare autonomia ( sono ben noti i fatti di questi ultimi mesi con violente proteste). La presenza nel paese di 170 banche internazionali e 60 locali, 200 società finanziarie e oltre 150 sportelli di banche straniere, fanno ben intendere come Hong Kong continui ad essere un polo straordinario di attrazione per la ricchezza, anche di quella, ingente, proveniente, dal narcotraffico e dall’evasione fiscale. Non è una novità la presenza, da anni, di cellule delle mafie italiane, russa, giapponese, colombiana, interessate al traffico degli oppiacei e delle droghe sintetiche.
Al centro del “Triangolo d’Oro” (il nome deriva dal toponimo che in lingua thai indica il punto in cui il fiume Mae Sai confluisce nel Mekong) dell’oppio asiatico, sta il Myanmar, repubblica socialista resasi indipendente dal Regno Unito sin dal gennaio 1948. Il paese , sottoposto da anni ad un rigido embargo economico da parte dell’UE in relazione alla grave e perdurante situazione di violazione dei diritti umani, occupa il secondo posto, dopo l’Afghanistan,nella graduatoria mondiale dei paesi produttori di oppio e di amfetamine ( alcuni anni fa si parlava di una produzione stimata annua di oltre un miliardo di pasticche).
L’estensione delle coltivazioni di papavero da oppio che una quindicina di anni fa erano di circa 110mila ettari, sono scese a circa la metà negli ultimi due anni con una produzione stimata annua di oppio di circa 600 tonnellate. Le zone di maggiore concentrazione delle coltivazioni sono la regione di Shan , Wa e Kokang, al confine con la Cina, dove pure sono ubicati i laboratori di raffinazione , resi “mobili” per sottrarli ai controlli di polizia. Il commercio dell’oppio e dell’eroina è indirizzato in prevalenza verso la città di Kunming, capitale della confinante regione dello Yunnan e rappresenta l’entrata principale nelle casse delle organizzazioni criminali sino-thai-birmane. Va anche ricordato che la coltivazione del papavero da oppio si è diffusa in questa regione asiatica durante il XIX secolo, introdotta proprio dai mercanti dello Yunnan e dalle ondate migratorie delle hill-tribes provenienti dalla Cina.
Lo Yunnan si era coperto di coltivazioni di oppio dalla fine dell’Ottocento, dopo che gli inglesi, nel 1886, avevano imposto diverse limitazioni al commercio di questa droga, usata, per anni, come mezzo per equilibrare la bilancia commerciale con la Cina. Senza dimenticare che la Cina, per aver cercato di impedire questo traffico, era entrata in conflitto con gli inglesi ben due volte, uscendone sempre sconfitta. Le colture di papavero si erano poi espanse durante il periodo dei “signori della guerra” che, negli anni Venti, erano riusciti a rendersi praticamente indipendenti da Pechino, al punto che le autorità dello Yunnan si finanziavano vendendo consistenti quantitativi di droga ai francesi, in Indocina.
Tornando ai giorni nostri, va detto che da queste parti è particolarmente diffuso il fenomeno della tossicodipendenza nonostante una severa legislazione sugli stupefacenti che prevede la pena di morte per i detentori di quantità di eroina o di cocaina superiore ai 3 grammi. Pena capitale anche nella Repubblica Democratica Popolare del Laos che, però, scatta al possesso di ben 500 grammi di eroina. Poco più di sei milioni di abitanti, con un tasso di povertà molto elevato, il paese, nel 2018, avrebbe prodotto circa 100 tonnellate di oppio proveniente dai 15mila ettari coltivati da alcune migliaia di famiglie e distribuiti, per lo più, nelle zone centrali e nel nord. Le organizzazioni criminali che controllano il mercato ( anche di amfetamine) sono cinesi, vietnamite e thailandesi, le stesse che gestiscono i rifornimenti dei precursori chimici necessari alla raffinazione delle droghe.
La normalizzazione dei rapporti tra la Cina e il Laos ha determinato, anni fa, la nascita di una rotta carovaniera di trafficanti sino-laotiana in luogo di quella thailandese. Anche parte dell’oppio e dell’eroina prodotti in Myanmar dalle tribù al confine con la Cina, passa ormai attraverso il Laos con una presenza di narcotrafficanti che vede in prima fila i nigeriani, i camerunensi, i giapponesi e le Triadi cinesi.
Le attività di contrasto delle autorità laotiane, secondo quanto annotato nella relazione della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga del 2016, sarebbero diventate più problematiche negli ultimi anni in relazione al “..potenziamento dei collegamenti e delle infrastrutture di trasporto regionali nell’ambito dell’implementazione della Comunità Economica dell’ASEAN..” (Association of South-East Asian Nations). Nella capitale Phnom Penh la presenza di decine di sportelli bancari e di case da gioco agevola la ripulitura del denaro proveniente dal commercio degli stupefacenti e dal contrabbando di armi e preziosi.
Per SIPaD – Dott. Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).
