
Lo Yemen, a parte il consumo interno di Khat (l’arbusto regalato da Allah), non è interessato al fenomeno del traffico di stupefacenti. Il paese, sconvolto da una guerra che proprio in questi giorni compie un anno e da cruente sommosse popolari (e altrettante reazioni violente del regime), ha ratificato, nel 1996, l’adesione alle tre Convenzioni ONU sugli stupefacenti del 1961, 1971 e 1988. Risale al 1962 la liberalizzazione del Khat, una droga dal potere blandamente allucinogeno, un tempo riservata ai potenti e negata al popolo. L’arbusto (quat è la traslitterazione di una parola araba che significa, appunto, arbusto), produce foglioline durante tutto l’anno che, masticate lentamente per ore e impastate con la saliva sino a formare un bolo verdastro nel cavo di una guancia, hanno questo potere “energizzante”, derivante dai principi attivi di “catina” e “catinone” che sono composti analoghi alle amfetamine e alla cocaina. A lungo andare, tuttavia, il consumo di Khat ( conosciuto anche come ghat, giat, jaad, miraa e mairungi) è la causa di problemi seri per i denti, oltre che di gastriti e ulcere, in quanto le foglie contengono forti quantità di sostanze irritanti e antinutrizionali e piccole di zuccheri, sali minerali e vitamina C. Una dose di Khat (più o meno 200grammi di foglie e germogli) costa dai 100 ai 400 Rial, a seconda della qualità. Nel paese la masticazione di khat è lo “sport” di gran parte dei 24milioni di abitanti ( esclusi i bambini naturalmente) e, secondo le stime della Banca Mondiale (aprile 2015), l’attività di produzione e distribuzione di questa droga rappresenterebbe la seconda fonte di impiego in tutto il paese, dopo l’agricoltura e l’allevamento. In Italia, dal 2010 al febbraio 2016, le forze di polizia e le dogane, hanno sequestrato oltre 4,5ton di questa droga, destinata alle comunità arabe, ai somali, agli etiopi, stanziati nel nostro paese.
L’Egitto è un piccolo produttore di cannabis e di oppio e, nonostante gli sforzi del governo, continua ad essere un paese di transito dell’eroina asiatica destinata ai mercati europeo ed americano. La lunghezza dei confini e i numerosi punti di approdo costiero favoriscono il traffico di droghe. Il canale di Suez è la via principale per il trasporto dal Makran pachistano alla Turchia, utilizzando imbarcazioni in grado di trasportare decine di tonnellate di hashish e di oppiacei. La maggior parte dell’hashish viene dal Libano, oppure dal Marocco e da coltivazioni domestiche. Sono aumentate, nel tempo, le colture di oppio sul Sinai e nella parte meridionale dell’Egitto, territori, come noto, scarsamente controllati. In particolare, diverse coltivazioni di papavero e di “bango” (un’erba simile alla marijuana) gestite da tribù di beduini, sono state localizzate nei letti asciutti di fiumi in ampie distese che circondano il Jabel Sirbal, la più alta vetta del Sinai. L’arresto, alcuni giorni fa a Napoli, di Pietro Maoloni, latitante ricercato per narcotraffico, rientrato da una località turistica egiziana, è motivo di approfondimenti investigativi da parte delle forze di polizia italiane. Infatti, il Maoloni risulta organico al gruppo Leonardi affiliato al clan camorristico Vanella Grassi che ha “interessi” anche in altri paesi.
Ben diversa la situazione negli Emirati Arabi Uniti (una popolazione di poco più di 9miliioni di abitanti), interessati da flussi di droghe provenienti dal Pakistan e dall’Oman e diretti verso l’Arabia Saudita. La presenza di ben cinque scali aerei internazionali rendono il paese una consolidata piattaforma di transito per corrieri diretti verso il Kenia, la Nigeria e i mercati europeo e americano. C’è, poi, un fiorente traffico di hashish e oppio grezzo, che parte dai territori tribali del Balochistan verso le coste dell’Oman, a meno di un’ora di navigazione, e che si è venuto sviluppando fra le tribù rivierasche dei due territori ( un tempo il Balochistan era territorio dell’Oman) grazie alla loro identità culturale ed etnica. Le condizioni ambientali, poi, favoriscono il traffico (non solo droghe ma anche oro e persone). Infatti, il confine tra gli EAU e l’Oman è sabbioso, desertico e poco controllato. Sin dal 1995 per il delitto di traffico di droghe è prevista la pena di morte, aspetto che non sembra scoraggiare affatto i criminali, che si danno da fare anche con droghe sintetiche e allucinogeni prodotti in laboratori clandestini ( due di questi sono stati smantellati, tempo fa, a Dubai e Umm al Quwain, con il sequestro di diverse tonnellate di mandrax in pillole e di circa tre milioni di pasticche di captagon). Relativamente al riciclaggio di denaro il contesto è particolarmente favorevole grazie anche alla presenza di una cinquantina di banche, di cui trenta estere, per un totale di oltre trecento agenzie. La Banca Centrale di Abu Dhabi ( la città più ricca del mondo) ha, comunque, buoni poteri di interdizione nello specifico settore ( alcuni anni fa aveva “congelato” numerosi conti correnti bancari di persone, con passaporti siriani e russi, implicate in traffici di droghe). Non poteva mancare lo “zampino” della malavita italiana da queste parti, come è emerso nella recente operazione (gennaio 2016) condotta dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza di Napoli, che ha portato all’arresto di una decina di persone in collegamento con il clan camorristico Amato-Pagano, per traffico internazionale di stupefacenti e riciclaggio di denaro in complessi immobiliari in Spagna e negli Emirati Arabi Uniti.
di Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).
