23-11-20 – Inizialmente, siamo stati colti di soprassalto dall’aumento di contagi e vittime che ha dato inizio alla pandemia del Covid-19, costringendoci a rimanere relegati a quella che fino a poche settimane prima non avremmo mai considerato come una prigione: la nostra casa. 

Successivamente, abbiamo ricominciato gradualmente a ”vivere” con virus, mediante limitazioni comportamentali come l’uso della mascherina e del distanziamento sociale. In tale fase, se da un lato molte persone sono finalmente ritornate alla propria vita frenetica, tra aperitivi e feste in discoteca, dall’altro molti soggetti, sia adulti che adolescenti, hanno sperimentato paura, ansia o insicurezza all’idea di poter uscire nuovamente.

Tale fenomeno è detto ”sindrome della capanna”, o del prigioniero.

Le origini della sindrome

Si tratta di una reazione emotiva naturale che ha cominciato a svilupparsi nella seconda metà dell’Ottocento, epoca della corsa all’oro negli Stati Uniti, durante la quale i cercatori erano costretti a passare mesi interi all’interno di una capanna. Dovendo concentrare la loro attività in determinati periodi dell’anno, vivevano in uno stato di isolamento seguito da sentimenti di paura, rifiuto di tornare alla civiltà, sfiducia nei confronti del prossimo, stress e ansia, implicando la voglia di continuare a rimanere al sicuro nel proprio rifugio.

In cosa consiste la sindrome della capanna?

Il quadro sintomatologico prevede:

  • episodi di irritabilità
  • demotivazione
  • difficoltà di concentrazione
  • tristezza, paura, ansia, angoscia, frustrazione
  • stato di letargia, sentirsi stanchi, percepire malessere fisico, avere la necessità di riposarsi spesso
  • voglia di determinati cibi per alleviare l’ansia.

(…omissis…)

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