24/06/2026 – La presentazione della Relazione 2026 al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia (link al PDF su sito Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri) restituisce un’immagine chiara, e per molti aspetti preoccupante, di quello che sta accadendo nel nostro Paese. Non siamo più davanti a un fenomeno riconducibile soltanto alla “droga” in senso tradizionale. Oggi le dipendenze attraversano sostanze illegali, alcol, tabacco, psicofarmaci assunti senza prescrizione, nuove sostanze psicoattive, gioco d’azzardo, gaming e uso problematico del digitale.

È dentro questo scenario che si colloca l’intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, durante la presentazione della Relazione. Il suo messaggio è stato netto: il fenomeno riguarda sempre più spesso ragazzi molto giovani e contesti apparentemente normali. Nessuna famiglia può considerarsi immune.

È una frase forte, ma non allarmistica. È piuttosto un invito a guardare la realtà senza scorciatoie, senza rimozioni e senza quella convinzione, ancora troppo diffusa, che il problema riguardi sempre “gli altri”: altri quartieri, altre famiglie, altri ragazzi, altri contesti sociali. I dati raccontano invece qualcosa di diverso. Le dipendenze possono entrare anche in ambienti ordinari, in famiglie attente, in scuole frequentate da ragazzi che all’apparenza non mostrano segnali evidenti di disagio.

I dati 2025: cresce l’esposizione dei minorenni

Nel 2025 quasi 350 mila studenti under 18 hanno riferito di aver utilizzato almeno una sostanza illegale nel corso dell’anno. Si tratta del 23% della popolazione scolastica minorenne, un dato in aumento rispetto al 20% registrato nel 2024.

Questo passaggio è centrale. Dopo la flessione osservata negli anni precedenti, la Relazione segnala una ripresa dei consumi di diverse sostanze tra gli studenti, in particolare stimolanti, cocaina, allucinogeni, oppiacei, catinoni sintetici, oppioidi sintetici e ketamina. La cannabis resta la sostanza più diffusa tra i giovani, ma mostra un lieve calo: il 18% degli studenti riferisce di averne fatto uso nell’ultimo anno, rispetto al 21% del 2024.

Il dato sulla cannabis, però, non può essere letto solo in termini quantitativi. È vero che la prevalenza cala, ma cambia la qualità dei prodotti presenti sul mercato. La Relazione richiama la crescente diffusione di preparazioni ad altissima potenza, come estratti, oli, cere e liquidi per sigarette elettroniche, con concentrazioni di THC che possono superare l’80-90%. Questo significa che non conta solo “quanti” consumano, ma anche “cosa” consumano, con quale potenza, con quale frequenza e in quale fase dello sviluppo.

Il punto di Mantovano: il problema non nasce sempre dalle sostanze più gravi

Uno dei passaggi più rilevanti dell’intervento di Mantovano riguarda l’inizio delle traiettorie di rischio. Il Sottosegretario ha ricordato che spesso il problema non comincia con la cocaina o con il crack, ma con comportamenti che vengono percepiti come minori: fumo, alcol, cannabinoidi e sostanze presentate erroneamente come innocue.

Questa affermazione va compresa bene. Non significa che ogni adolescente che fuma, beve o sperimenta cannabis sia destinato a sviluppare una dipendenza grave. Una lettura di questo tipo sarebbe scientificamente sbagliata e inutilmente colpevolizzante. Il punto è un altro: l’esposizione precoce, la normalizzazione del consumo, il policonsumo e la sottovalutazione dei primi segnali possono aumentare la probabilità che alcuni ragazzi entrino in traiettorie più problematiche.

In questo senso, l’intervento di Mantovano richiama una responsabilità educativa molto concreta: non minimizzare, non negare, non aspettare che “passi da solo”. Quando emergono i primi segnali, la strategia più utile è intervenire tempestivamente, parlare, osservare, chiedere aiuto. La differenza tra una sperimentazione occasionale e una traiettoria di dipendenza può dipendere anche dalla qualità e dalla tempestività della risposta adulta.

Cocaina e crack: il peso sanitario resta molto alto

La Relazione 2026 conferma che la cocaina è una delle sostanze con maggiore impatto sanitario e sociale in Italia. Nel 2025 il 33% dei decessi droga-correlati direttamente accertati dalle forze dell’ordine è stato attribuito alla cocaina. La stessa sostanza è responsabile del 32% dei ricoveri ospedalieri correlati al consumo di sostanze stupefacenti.

Anche nei servizi pubblici per le dipendenze il peso della cocaina e del crack è rilevante: il 28% degli utenti SerD risulta in carico per uso primario di cocaina/crack, di cui il 3,9% specificamente per crack.

Questi dati indicano che la cocaina non è soltanto una sostanza “da consumo ricreativo”, come talvolta viene ancora rappresentata. È una sostanza con un carico clinico importante, capace di produrre conseguenze cardiovascolari, psichiatriche, sociali e familiari molto rilevanti. Il crack, in particolare, continua a rappresentare una forma di consumo ad alta vulnerabilità, spesso associata a marginalità, perdita di controllo, rapido deterioramento delle condizioni personali e maggiore difficoltà di presa in carico.

Nuove sostanze psicoattive: un mercato che cambia rapidamente

Un altro elemento di forte preoccupazione riguarda le Nuove Sostanze Psicoattive. Nel 2025 il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe, NEWS-D, ha identificato 92 NPS circolanti sul territorio nazionale. Le principali classi segnalate sono cannabinoidi sintetici e semisintetici, catinoni sintetici, arilcicloesilamine, fenetilamine e oppioidi sintetici.

Questo dato non va letto come un consumo di massa, ma come un segnale di complessità tossicologica. Le NPS possono essere molto potenti, difficili da riconoscere, spesso vendute online o inserite in prodotti apparentemente noti. Il rischio aumenta quando chi le assume non conosce realmente la sostanza, il dosaggio, la composizione o la possibile presenza di adulteranti.

Particolare attenzione meritano gli oppioidi sintetici, inclusi i nuovi composti ad alta potenza. In Europa, le agenzie internazionali richiamano da tempo l’attenzione sulla possibile diffusione di sostanze sintetiche molto potenti, capaci di produrre intossicazioni gravi anche a dosi molto basse. Per questo il sistema di allerta precoce, il monitoraggio tossicologico e la capacità dei servizi sanitari di intercettare rapidamente nuovi segnali rappresentano strumenti essenziali di sanità pubblica.

Psicofarmaci senza prescrizione: una zona grigia da non sottovalutare

Tra i dati più delicati della Relazione c’è quello sugli psicofarmaci assunti senza prescrizione medica. Nel 2025 quasi 180 mila minorenni, pari all’11%, ne hanno fatto uso. Le prevalenze risultano quasi doppie tra le ragazze.

Questo dato merita molta attenzione. Non parla soltanto di disponibilità dei farmaci, ma anche di ansia, insonnia, fatica emotiva, pressione scolastica, difficoltà relazionali, automedicazione e accesso non controllato a sostanze che dovrebbero essere utilizzate solo sotto supervisione medica.

Qui la prevenzione deve essere molto diversa dalla semplice raccomandazione generica. Serve educazione sanitaria, serve dialogo nelle famiglie, serve attenzione da parte della scuola, serve maggiore consapevolezza sui rischi dell’uso improprio di farmaci, soprattutto quando vengono associati ad alcol, cannabis o altre sostanze.

Alcol, tabacco e comportamenti digitali: il rischio è sempre più misto

Accanto alle droghe illegali, la Relazione evidenzia la persistenza di consumi molto diffusi tra i minorenni. Nel 2025 quasi 500 mila studenti under 18, pari al 31%, hanno fumato tabacco. Circa 380 mila studenti minorenni, un quarto della popolazione scolastica under 18, riferiscono almeno un episodio di ubriacatura nel corso dell’anno.

A questi comportamenti si affiancano le dipendenze comportamentali e i comportamenti a rischio legati al digitale. Circa 15 mila studenti tra 11 e 13 anni presentano comportamenti riconducibili alla social media addiction; 111 mila studenti risultano a rischio di Internet Gaming Disorder; l’11% degli studenti tra 11 e 13 anni dichiara di aver giocato d’azzardo almeno una volta negli ultimi dodici mesi. Le stime indicano inoltre che oltre 87 mila studenti tra 11 e 13 anni risultano coinvolti in comportamenti di gioco d’azzardo a rischio o problematici.

Questo conferma che la prevenzione non può più ragionare per compartimenti separati. Il ragazzo che beve, fuma, usa cannabis, assume psicofarmaci senza prescrizione, gioca online o passa molte ore in ambienti digitali non vive esperienze isolate. Spesso questi comportamenti si intrecciano tra loro e possono essere il segnale di una stessa vulnerabilità: ricerca di regolazione emotiva, bisogno di appartenenza, difficoltà a gestire ansia e frustrazione, pressione del gruppo, solitudine, noia, impulsività o disagio non riconosciuto.

Servizi e prevenzione: una rete che cresce, ma deve diventare sempre più precoce

Nel 2025 i servizi pubblici per le dipendenze hanno avuto in carico 131.328 persone, con un incremento del 3,5% rispetto al 2024. Le comunità terapeutiche hanno assistito 25.644 utenti. Nello stesso anno i Pronto Soccorso italiani hanno registrato 9.641 accessi per condizioni direttamente droga-correlate, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente.

Sono numeri importanti, perché mostrano che il sistema dei servizi resta centrale. Ma mostrano anche che una quota del problema arriva all’attenzione sanitaria quando la situazione è già acuta, complessa o avanzata.

Per questo la prevenzione non può essere solo informazione. Informare è necessario, ma non basta. La prevenzione più efficace è quella che costruisce competenze, rafforza fattori protettivi, migliora la capacità degli adulti di riconoscere i segnali precoci e rende più accessibile la richiesta di aiuto.

Nel 2025 sono stati riportati 407 progetti di prevenzione rivolti alla popolazione generale, con un aumento dell’11% rispetto all’anno precedente, e 380 progetti nelle scuole secondarie, con un incremento del 16%. È un segnale positivo, ma la sfida vera sarà valutare non solo quanti progetti vengono realizzati, ma anche quali risultati producono: riduzione dei comportamenti a rischio, aumento della consapevolezza, maggiore accesso precoce ai servizi, rafforzamento delle competenze relazionali e migliore coinvolgimento delle famiglie.

Una nuova responsabilità adulta

Il valore dell’intervento di Mantovano sta soprattutto in questo: riportare il tema delle dipendenze dentro la vita quotidiana. Non per creare paura, ma per aumentare attenzione. Non per colpevolizzare le famiglie, ma per dire che nessuno può permettersi di voltarsi dall’altra parte.

Le dipendenze non sono solo una questione di sostanze. Sono anche una questione di relazioni, fragilità, contesti, accessibilità, mercato, comunicazione, modelli culturali e capacità del sistema pubblico di intercettare il rischio prima che diventi danno.

La Relazione 2026 ci dice che il fenomeno è complesso, mobile, ibrido. La risposta deve essere altrettanto complessa: scuola, famiglia, servizi, comunità, sanità, ricerca, forze dell’ordine, istituzioni e comunicazione scientifica devono lavorare insieme.

Il messaggio più importante, alla fine, è semplice: non bisogna aspettare che il problema diventi enorme per prenderlo sul serio. Bisogna riconoscere i segnali, parlarne senza vergogna, chiedere aiuto senza paura e costruire intorno ai ragazzi una rete adulta capace di esserci davvero.