A volte bisognerebbe chiedersi cosa sarebbe successo in questo Paese se fossero state accolte tutte – o solo alcune – le osservazioni, analisi, suggerimenti e proposte fatte negli anni passati dagli analisti della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) per poter tracciare efficaci strategie politiche contro tutte le mafie che hanno continuato ad espandersi e a consolidarsi da noi ma anche in altri Paesi e altri continenti. La domanda viene spontanea se si leggono le corpose relazioni semestrali della DIA presentate dai vari Ministri dell’Interno al Parlamento negli ultimi venticinque anni.
E la stessa domanda si può fare se guardiamo alla situazione riguardante il consumo e lo spaccio di stupefacenti aumentati in modo straordinario e quasi incontrollabile – nonostante la repressione delle forze di polizia- come si può rilevare dalle relazioni annuali della DCSA (Direzione Centrale per i Servizi Antidroga) e del DPA (Dipartimento delle Politiche Antidroga). Allarmi e indicazioni operative, in generale, rimasti solo sulla carta senza produrre quelle forti “controspinte” ad un’azione criminale divenuta sempre più arrogante e senza confini.
Forse questa disattenzione è intenzionale anche perché – come ho più volte scritto – una buona parte di quelle ricchezze criminali va ad incrementare quella nazionale (il Pil) e, quindi, fa comodo alla classe politica dirigente sottolineare quel punto percentuale in più statisticamente ricavato dai proventi (stimati) derivanti dal narcotraffico, dalla prostituzione e dal contrabbando di sigarette. Quanto alla cosiddetta lotta alla evasione e alla corruzione di cui in questi giorni si sente un gran parlare ai vari livelli politico istituzionali con ampollose dichiarazioni, anche per colpire i mafiosi ( sul punto anche il recente intervento del Procuratore della Repubblica di Milano), il ritardo in queste (lodevoli) intenzioni è ,a mio avviso, incolmabile.
Peraltro, come viene segnalato dalla DIA nelle varie relazioni “..se anni addietro poteva risultare paradossalmente conveniente per il mafioso essere etichettato come “evasore fiscale” – in quanto, pagate le tasse, poteva reinvestire le risorse sanate – ad oggi i sempre più sofisticati meccanismi finanziari e i cavilli burocratici proposti da figure professionali colluse, rendono meno vantaggioso, per il mafioso, “ambire” ad essere tacciato di evasione”. E’ preferibile, insomma, rientrare nella categoria degli “elusori fiscali” ed è questo segnale di uno spostamento dei mafiosi che è stato segnalato dalla DIA e che consentono, anche attraverso le modalità di false fatturazioni “di radicarsi anche fuori dalle Regioni di origine e all’estero (..) legando i propri interessi con quelli della realtà economica locale”.
Insomma, è sempre la DIA a mettere in guardia, “le mafie, oltre che a capitalizzare i proventi illeciti in attività imprenditoriali, puntano anche a realizzare gli indebiti risparmi d’imposta”. In qualunque categoria siano inquadrabili, i mafiosi si distinguono sempre per quelle “rilevanti capacità corruttive” in tutte le regioni italiane- come annotava la DIA sin dal 2010 -che hanno fatto emergere anche “condotte delittuose di concorso esterno” alle associazioni mafiose, ambito criminale ancora poco esplorato. Una (maggiore) conoscenza di queste tematiche da parte di tutti i parlamentari accrescerebbe la consapevolezza di come solo mettendo all’angolo le varie mafie ci possa essere una speranza di un reale risorgimento per il nostro Paese.
Per SIPaD – Dott. Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).
