La predisposizione allo sviluppo di disordini legati all’uso improprio di alcol è correlata alla composizione batterica e all’alterata espressione dei recettori dopaminergici. Analizzare dunque per tempo questi due aspetti potrebbe rappresentare una valida strategia per la prevenzione della dipendenza vera e propria. È quanto conclude lo studio coordinato da Kshitij S. Jadhav, di recente pubblicazione su Neuropharmacology. La dipendenza o, in generale, i disordini legati all’uso di alcol rappresentano una delle maggiori cause di morte e disabilità al mondo andando di fatto a coinvolgere milioni di persone.Le strategie di intervento correntemente applicate mirano essenzialmente a ridurre l’apporto alcolico e a prevenire le ricadute, nonostante la loro efficacia rimanga confinata a un ristretto numero di persone. Occorrono perciò metodi alternativi.
Un numero crescente di evidenze suggerisce un ruolo importante dell’asse microbiota-intestino-cervello nello sviluppo dei disordini da uso di alcol (AUC) considerando inoltre come un eccessivo uso di etanolo vada a compromettere l’espressione batterica, la permeabilità intestinale, a peggiorare gli stati infiammatori e ad amplificare le co-morbilità tipicamente osservate nei pazienti alcolisti. In particolare, è stato visto come i batteri commensali siano in grado di influenzare positivamente l’omeostasi cerebrale andando a intervenire in processi di neurotrasmissione, neurogenesi, neuroinfiammazione e di segnalazione neuroendocrina e di come un eccesso di etanolo vada a promuoverne uno sbilanciamento a favore di batteri pro-infiammatori, Proteobacteria ad esempio. Tuttavia, la sola modificazione del microbiota, pur rimanendo fondamentale, non sembra essere sufficiente per comportare anche la marcata disfunzione intestinale osservabile in tutti le persone dipendenti da alcol. Non tutti gli alcolisti infatti mostrano alterazioni di composizione batterica.
La non capacità di controllare l’assunzione dell’alcol dipende anche da aspetti legati alla personalità dell’individuo, che può risultare più o meno predisposto, oltre che dall’espressione dei recettori dopaminergici D1 eccitatori e D2 inibitori. Gli autori sottolineano però come gli studi pre-clinici finora condotti non vadano a soppesare la vulnerabilità inter-individuale espressa come tratti peculiari della personalità, nell’ottica di una maggiore o minore probabilità di sviluppare un comportamento dipendente. Evidenze recenti dimostrano infatti come determinate caratteristiche comportamentali possano indirizzare verso un più elevato rischio di dipendenza attraverso un legame con l’asse microbioma-intestino-cervello suggerendo la possibilità di approfondire se la diversità e la composizione batterica possa essere associata a tratti legati all’AUC.
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