
11.05.22 – A più di due anni di distanza dall’inizio della pandemia si possono cominciare a fare delle riflessioni sul consumo di alcol in questo periodo critico, basandosi su diversi studi internazionali. Con la chiusura dei locali e la diminuzione delle occasioni di incontro come è cambiato il consumo di questi “beni di conforto” nei mesi di pandemia?
Durante l’emergenza sanitaria l’uso di alcol è diventato una sostanza da limitare e contenere, addirittura proibita in alcuni paesi tra cui la Groenlandia, India e Sudafrica, con motivazioni associate al fatto che avrebbero potuto intasare i servizi già sotto pressione. La comunità scientifica non aveva precedenti studi su cui basarsi, ma già dal 2020 è emerso che i comportamenti hanno seguito traiettorie diverse a seconda delle fasi dell’epidemia: all’inizio si è assistito ad un aumento degli acquisti guidati dall’effetto paura/esaurimento scorte, ma con il passare dei mesi tutto questo si è ridimensionato e “normalizzato”. La maggior parte degli studi internazionali ha comunque mostrato alcune evidenze (pur tra le difficoltà di comparazione nei diversi paesi):
- a fronte di una certa percentuale di persone che ha aumentato il consumo, c’è una parte predominante che non ha cambiato abitudini o ha consumato di meno;
- i giovani sono la fascia di popolazione che ha diminuito maggiormente il consumo di alcol;
- tra le categorie più a rischio ci sono le persone con consumi già elevati, le donne delle fasce di età intermedie, i genitori con figli in età scolare e persone con livelli più alti di depressione, ansia e stress.
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