12-02-20 – A diciassette anniMario è già un alcolista con un passato in una comunità di recupero. Giacomo ha quattro anni in più e il lunedì, dopo la sbornia, si sente «in colpa» perché nel weekend appena trascorso ha «picchiato mamma mentre il cervello era alterato dal gin». A quindici anni Vincenzo si ubriaca ogni sabato sera «per farsi accettare dal gruppo di amici, che bevono tutti».

Storie di vite rubate dall’alcol: storie di vite sempre più giovani, un po’ più giovani ogni anno che passa. Storie di tragedie tangibili, che di romanzato, purtroppo, hanno solo i nomi dei protagonisti. Secondo i dati di Alcolisti Anonimi Campania (A.A.), «negli ultimi 15 anni l’età di chi si rivolge a noi è calata moltissimo: è scesa di 10 anni». A parlare è Pasquale M., coordinatore dell’area regionale di Alcolisti Anonimi. Insomma, se all’inizio del terzo millennio erano per lo più trentacinquenni e quarantenni a essere stati “infettati” dal mostro dell’alcol-dipendenza, «oggi l’età media di chi segue i nostri percorsi è di ventisette anni – prosegue Pasquale M. – A ventisette anni circa, nel 2020, si è già toccato il fondo». Una situazione sempre più diffusa, un’età media sempre più bassa. Il problema è di «natura culturale» (il paradosso dell’espressione è tutto apparente), e non solo perché intorno ai diciotto anni è più facile perdere il controllo e cadere nelle sabbie mobili della dipendenza. «Quando usciamo, se non beviamo non sappiamo cosa fare e non proviamo nulla – emerge dalle storie dei giovanissimi degli 11 gruppi di A.A. sul territorio partenopeo – Senza sballo ci annoiamo e non abbiamo idea di come riempire la serata».

(…omissis…)

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