Di solito focalizzo la mia attenzione sull’alcol e sui suoi effetti sulla salute dell’uomo. Ma sempre più frequentemente le questioni di consumo rischioso o dannoso di alcol, specie tra i giovani e i giovani adulti, riguardano situazioni ben più complesse, determinate da una disinformazione che espone al rischio d’uso contestuale di alcol e altre droghe, prima di tutte la cannabis. Questo determina la necessità di un approccio alla comorbilità da sostanze – alle quali non si sottraggono la cocaina e le droghe sintetiche – dovendo considerare che le «canne», al pari dell’alcol, rappresentano la «porta d’accesso» verso altre forme di dipendenza da sostanze.

Cannabis, croce e delizia delle discussioni tra proibizionisti e antiproibizionisti, oggetto della discordia tra chi ne esalta alcune proprietà (che ne hanno favorito l’uscita dal limbo delle sostanze illegali in alcuni Stati nel mondo) e quanti ne sottolineano il danno (e la qualità di droga «ponte» verso altre forme di dipendenza legale e illegale). La generazione dei «baby boomers» ne aveva fatto sin da Woodstock, ai tempi della guerra del Vietnam, l’oggetto di rivoluzione e di libertà che i movimenti pacifisti, i «figli dei fiori» e le esperienze delle «comuni» resero protagonista in un approccio di condivisione tipico del mondo che ricercava il piacere capace di trascendere la realtà e di disinibire. Un simile approccio aveva comunque un rovescio della medaglia: quello di agevolare (non poco) la percezione del rischio e l’apertura all’uso di altre sostanze illegali, psichedeliche e non, che facevano e fanno del «trip» (il viaggio), la finalità condivisa da fasce eterogenee di persone di ogni età.

(…omissis…)

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