20-04-20 – Le persone affette da disturbo da uso di sostanze sono più vulnerabili e a rischio di infezione da Covid-19? Sicuramente sì, vieppiù se si tratta di pazienti con anche altre patologie croniche.
Mentre alcuni accorgimenti legislativi e sanitari stanno mostrando la loro efficacia nel contenimento del rischio per pazienti e operatori sanitari, si affacciano altre problematiche, conseguenti la pandemia, alle quali i Ser.D. devono prepararsi.
I medici dei Ser.D., pur se non pneumologi o infettivologi, sono consapevoli di quanto sia complesso il quadro clinico dei pazienti con disturbo da uso di sostanze a causa dell’articolata clinica delle patologie correlate e delle complicanze della patologia primaria che incidono fortemente anche sull’esasperato stile di vita che caratterizza tale popolazione.
I nostri pazienti spesso presentano problematiche psichiche, respiratorie, diabete, ipertensione, obesità, ma anche endocarditi, flebiti e arteriti e, in casi gravi, sindromi da immunodeficienza ed epatopatie.
Più specificamente, i pazienti con disturbo da uso di oppioidi sono più vulnerabili a sviluppare infezioni virali e batteriche quali conseguenze degli effetti dell’eroina sul sistema immunitario e delle consuetudini promiscue presenti nella loro storia personale e dove il loro invecchiamento rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità.
In Italia e nel mondo si osserva, infatti, che la fascia di età maggiormente esposta alle complicanze gravi della polmonite da Covid-19 va dai 50 anni in su, pur non risparmiando i più giovani. E quest’ultima considerazione ci dà ulteriormente il polso dei rischi che possono correre i nostri pazienti più “anziani”. Da molti anni grazie alle terapie con i farmaci agonisti e agonisti parziali (metadone e buprenorfina/naloxone) abbiamo raggiunto l’obiettivo terapeutico di ridurre la mortalità e di aumentare l’aspettativa di vita. Oggi vi è una quota maggiore pazienti di oltre 40 anni per i quali, già da tempo, si discute di integrazione con interventi specialistici che prendano in considerazione anche i disturbi cronici tipici dell’età avanzata.
Ben vengano, dunque, gli approfondimenti e gli studi epidemiologici sul numero dei possibili soggetti contagiati dal coronavirus nei Ser.D, così come i protocolli e le linee guida sui farmaci utilizzabili o sulle misure preventive da attivare in base alle caratteristiche dei nostri pazienti.
Sul tema disturbo da uso di sostanze e coronavirus è tuttavia opportuno valutare altri aspetti emergenti.
I pazienti con disturbo da uso di eroina, in Italia ormai sono in carico da anni nei Ser.D. ed hanno un rapporto continuativo con i servizi stessi. La maggior parte di loro, in linea con le varie linee guida internazionali, sono in trattamento integrato con farmaci long acting che possono essere, per legge, dati in affido.
Nella maggior parte dei Ser.D. italiani, i professionisti che vi operano hanno ritenuto etico e utile prolungare l’intervallo di affidamento del farmaco, anche in base alla nota Aifa dell’11/03/ 2020 sulle: “misure transitorie relative alla proroga dei piani terapeutici in tema di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID – 19” e così la maggioranza dei nostri pazienti é potuta e puó tuttora restare a casa.
Il sistema dei Ser.D ha retto bene e nel nostro piccolo, assolutamente senza “eroismi”, abbiamo evitato che tanti pazienti con disturbo da uso di sostanze si contagiassero e, soprattutto, contagiassero altre persone.
Questo anche in ragione del fatto che oggi i Ser.D non sono solo dedicati a pazienti con disturbo da uso di sostanze ma a questi si rivolgono, anche in misura cospicua, alcolisti, dipendenti e assuntori di cocaina e/o altre sostanze psicostimolanti e soggetti con disturbo da gioco d’azzardo.
Esiste, dunque, un reale problema di “tossicodipendenza e infezione da Coronavirus”?
Noi crediamo ci sia e anche molto impegnativo ma lo attribuiremmo più alle problematiche che riguarderanno la FASE 2 e credo sarebbe nostro dovere cominciare, anche come società scientifica, a pensarci per tempo.
Un altro aspetto da considerare e che rappresenta un serio fattore di vulnerabilità per lo sviluppo del disturbo da uso di sostanze, sarà rappresentato dalla grave conseguenza determinata dalla crisi economica e del drammatico sconvolgimento sociale verso cui ci stiamo avviando.
Alla fine di questo lockdown ci ritroveremo con elevati numeri di nuovi poveri e avremo tanti nuovi alcolisti, tanti nuovi giocatori d’azzardo e anche tanti nuovi eroinomani e/o cocainomani. Dovremo, dunque, far fronte a questa possibile ondata di pazienti con servizi ormai vecchi, carenti di personale e stanchi!
Sarà, quindi, opportuno cominciare a prepararci e sará altrettanto necessario che le Istituzioni prendano in seria considerazione il riordino dei Ser.D., del loro personale specialistico, della loro logistica e di quanto siano riusciti a fare e potranno fare per mantenere sempre basso il livello di rischio di contagio da Covid-19 in questa popolazione speciale e nella popolazione generale.
Un’ultima considerazione è sul lavoro dei Ser.D. che crediamo debba essere rivisto, alla luce di questa pandemia, anche al livello della attività di prevenzione tra gli adolescenti nelle scuole, quando riapriranno.
I giovani in questi anni si sono trovati, come d’altra parte anche gli adulti, a vivere una condizione di sospensione dal pericolo, dai cataclismi e dalle tragedie, lontani insomma da qualsiasi riferimento alla morte.
Per anni non solo abbiamo cercato di spegnere l’onnipresente televisore acceso quando c’era un terremoto in Guatemala o una carestia e un’epidemia in Africa affinché i nostri ragazzi non ne restassero turbati ma abbiamo anche evitato che i nostri figli vivessero persino il dolore della morte dei nonni e dei parenti stretti.
Il risultato è che nella nostra società tutto quello che accade di brutto, di triste e di sbagliato è sempre al di fuori, lontano, non ci appartiene e quindi non potrà farci del male.
L’obiettivo è chiaro e si tramanda soprattutto nelle ultime generazioni: proteggere i nostri figli da qualsiasi forma di dolore e di sofferenza.
Così hanno fatto con noi le generazioni precedenti alla nostra, la prima del dopoguerra, così stiamo facendo noi; ma fino a che punto è sano questo comportamento educativo? Diciamo pure che se c’è un problema serio su cui riflettere nella nostra società è proprio questa tendenza a rinnegare e rifuggire il dolore in tutte le sue forme e con esso, lo sappiamo bene, la vecchiaia e la morte.
Perché questo bisogno?
Forse perché fermarsi a riflettere sulla caducità dell’essere umano significa costringersi a riflettere sulla propria solitudine, riflettere sul fatto che tendendo sempre di più, secondo un modello capitalista tipico dell’occidente, a privilegiare solo il soddisfacimento degli interessi individuali abbiamo costruito una società in cui già per definizione siamo sempre più soli, con famiglie mononucleari con al massimo un figlio, single, separati, allontanandoci anni luce dalle generazioni precedenti. Dall’altra parte non abbiamo considerato che poi avremmo dovuto essere capaci di vivere da soli e di saper gestire la morte e il dolore anche perché la solitudine, se non è ben gestita, ha sentore di morte.
In questo senso invece non abbiamo fatto nulla, abbiamo pensato che, se fosse sopraggiunto il dolore, sarebbe bastato non pensarci, o meglio ancora, l’avremmo anestetizzato. A volte anestetizzato al punto che poi ci saremmo abituati all’“anestetico” e casomai, paradossalmente, saremmo morti proprio di questo.
Il collegamento, dunque tra il nostro continuo evitamento del senso di morte e la dipendenza dalle sostanze “guaritrici” di tutti i mali è evidente.
Negli interventi di prevenzione nelle scuole è necessario, dunque, cercare di far riflettere i ragazzi circa il loro rapporto con la sofferenza, la tristezza, il dolore. In generale, la sensazione evocata durante questi incontri è quella di una diffusa inquietudine che, pensandoci, caratterizza anche noi adulti.
Oggi purtroppo lo scenario è cambiato. L’equazione: “Tutto ciò che di brutto accade nel mondo non ci appartiene, a noi non potrebbe mai accadere perché noi abbiamo il controllo” è fallita.
Oggi il dolore ci ha invaso, non ci riguarda più a latere o per sentito dire o perché letto sui giornali, oggi ci ha preso in pieno e ci sta devastando. Come in tempo di guerra.
Questo accadimento, come tutti quelli che investono la psiche dell’uomo, ha i suoi lati negativi ma potrebbe avere anche dei risvolti positivi se, per esempio, le nuove generazioni, da oggi in poi e vissuta e superata questa esperienza, cominciassero ad accostarsi alle cose in modo più adeguato, con la consapevolezza che tutto può finire e non può essere il possesso di un bene materiale il fulcro della serenità, quanto invece la certezza che la serenità non potrà mai provenire dall’esterno ma solo guardando dentro se stessi e attingendo anche dal proprio dolore, senza necessariamente fuggire.
Se come professionisti dei Ser.D. aiuteremo i più giovani in questa ricerca, allora anche noi avremmo imparato qualcosa in più, grazie e per colpa di questa pandemia.
Francesco Auriemma
Segretario Nazionale S.I.Pa.D.
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