24-04-20

Non capivi che il bello era proprio
quel punto
era rimanere
nel limbo delle cose sospese
nella tensione di un permanente “principio”
nel nascondiglio di una vita nell’altra
                                                                                                                                            (Michele Mari)

 

 

In questo periodo di eccezionale emergenza si sono susseguiti rapidi aggiornamenti da parte dei Responsabili e dell’Azienda in cui lavoriamo, definendo sempre di più le misure da mettere in atto da parte dei professionisti che operano nel Ser.D..

Questo ha imposto una emergente tensione da parte di tutti gli operatori e una rapida ed attiva riorganizzazione del servizio, in modo tale da garantire il mantenimento delle cure di primaria importanza per i pazienti del nostro servizio all’interno della messa in atto delle varie misure di protezione individuale per il personale e i pazienti al fine di garantire, per quanto possibile, la sicurezza del luogo di lavoro e del luogo di cura.

Questo ha voluto dire l’utilizzo da parte di tutto il personale dei DPI (mascherine chirurgiche, etc.), la ristrutturazione degli spazi dell’area di somministrazione, le modalità di accesso al servizio e le stesse modalità di somministrazione del farmaco.

La messa in atto di tali cambiamenti da recepire con straordinaria ed eccezionale rapidità, non è stato un qualcosa di “scontato” ed “automatico” ma ha richiesto un forte sforzo di adattamento e partecipazione attiva da parte di tutto il personale ed anche da parte dei pazienti che, apparentemente in modo sorprendente, hanno nella grande maggioranza dei casi accettato di buon grado.

Per chi non lavora all’interno dei Ser.D. non è facile comprendere le motivazioni storiche, culturali e relazionali che hanno spinto il personale negli anni al non utilizzare la divisa di servizio e a creare spazi il “meno ospedalieri possibile”. Tale intento era strettamente correlato alla creazione di un luogo di cura incentrato sulla persona e sulla relazione.

Una serie di attività non urgenti, sono state sospese: questo ha determinato dapprima un momento di smarrimento in operatori abituati a lavorare su innumerevoli attività che nel tempo avevano generato una routine, lasciando meno spazi alla necessaria creatività che i nostri servizi richiederebbero, essendo le dipendenze una materia in continua evoluzione.

Ridurre i contatti tra di noi, con e tra i pazienti, ha generato una sensazione iniziale di sospensione; di fronte alla necessità di distanziamento si sono dovuti immaginare e creare spazi per le persone. La sensazione “paradossale” era che non ci fosse spazio per lo spazio. Tale sensazione ha poi lasciato posto ad un permanente “principio”, nel senso che tutto è cambiato.

La visione “dell’altro” si è modificata, concentrandosi forzatamente sullo sguardo, diventando più attenta e dove la distanza, che consente di leggere movimenti, atteggiamenti, postura, ha determina to di dover fare maggior attenzione alle parole. È diventato, insomma, necessario imparare a conoscersi e riconoscersi in questa nuova diversità.

Fare spazio significa tornare all’essenziale e la riorganizzazione spaziale rimanda anche all’organizzazione mentale nella quale si modifica la percezione delle cose e delle priorità.

Dalla disposizione delle sedie in sala d’attesa, alla modalità di relazione tra operatori e tra operatori e pazienti, si sono dovuti creare nuovi modelli interattivi.

Il limbo in cui ci siamo trovati poteva determinare una situazione di stallo, oppure una situazione in cui per poter continuare a lavorare si doveva “gioco forza” creare qualcosa di diverso.

Il fatto di essere una equipe multidisciplinare e con formazioni teoriche diverse ha permesso di mettere insieme teorie e prassi che hanno determinato alcuni cambiamenti nell’operatività le cui risposte sono oggetto delle considerazioni che andremo a fare.

La vita non è affatto sospesa, si va riempendo di nuove esperienze, nuovi vissuti e nuovi comportamenti, in un processo di adattamento forse più veloce di quanto ci si renda conto.

Ci siamo chiesti come sarebbe cambiato Il nostro lavoro, da sempre basato sulla possibilità di stabilire vicinanza emotiva ed empatica in questa realtà nuova, per certi aspetti brutale, che ci appariva con una carica disgregatrice di consolidati rapporti sociali, coinvolgente, o meglio “stravolgente” di ogni aspetto della vita personale e sociale e come tutto questo si sarebbe declinato nei nostri pazienti e nel nostro rapporto con loro.

La necessità di distanziamento sociale declinata in un Ser.D., poteva essere attuata con la sospensione di tutte le attività che non fossero strettamente legate alla somministrazione di terapie agoniste o poteva continuare con altre modalità.

Abbiamo, rispetto ai colloqui in stanza, previlegiato i contatti a distanza (telefonici o via Skype). Tali contatti potevano essere percepiti come limitativi privando l’operatore del linguaggio del corpo ma sono risultati efficaci in questo periodo di solitudine ed inquietudine, come un segnale di disponibilità in un momento di difficoltà comune.

Ci siamo trovati tutti in una sorta di gabbia interna e/o esterna e il fatto di esserci tutti, ha modificato il rapporto con alcuni pazienti e con la visione che loro hanno di noi.

Per alcuni pazienti, particolarmente vulnerabili rispetto al percepirsi diversi dagli altri perché più soli, con minori capacità sociali, con carenze di vario genere, questo essere tutti colpiti, ritirati e sospesi, ha avuto un effetto lenitivo. Anche noi curanti siamo stati visti anche come persone a cui rivolgere una domanda autentica e non formale: “lei come sta?”.

Il contagio, la possibilità di contrarre una infezione subdola e diffusa ha determinato la costruzione di “mura invisibili”, determinato confini insormontabili, rinchiuso i pazienti con disturbo da uso di sostanza, in una dimensione spazio/tempo limitata. Questo aspetto della pandemia, apparentemente ansiogeno e inquietante, in realtà, in alcuni pazienti ha avuto un effetto contenitivo, forse ancor più significativo del contenimento abitualmente messo in atto.

Ecco quanto abbiamo osservato rispetto al comportamento di molti pazienti:

  • diminuzione delle richieste incongrue
  • maggior aderenza ai protocolli terapeutici
  • maggior rispetto delle regole

Dal nostro angolo di osservazione sembra, come è già successo in altre situazioni di emergenza del passato, che, soprattutto i pazienti con problematiche gravi, in tali situazioni, diventino molto più adeguati e ragionevoli.

Dall’altra parte, gli stessi possono essere, talvolta, inadeguati nelle misure di autoprotezione (mascherine, igiene, mantenimento delle distanze) e proprio per questo è aumentato il nostro ruolo di educazione sanitaria.

In molti pazienti, inoltre, si sono riscontrati due atteggiamenti opposti: il “panico” da coronavirus o la negazione, solo pochi riescono a mantenere una paura sana e protettiva. In questi atteggiamenti estremi riflettono aspetti che accomunano anche il resto della cittadinanza.

Abbiamo osservato cambiamenti anche tra di noi operatori: aumento della forza di raccomandazione del rispetto delle regole e aumento della solidarietà e coerenza tra i colleghi sul mantenimento delle linee guida.

Tutto ciò, che fa pensare quanto sia stabilizzante un principio esterno di autorità, non ci rende meno consapevoli del fatto che, perché ci sia vero contenimento in senso terapeutico, ci debba essere anche e soprattutto la relazione. Anche in questa “sospensione”, quindi, possiamo e dobbiamo restare punti di riferimento stabili per i nostri pazienti, se pure in questo necessario cambiamento di setting.

Una conferma dell’utilità di questa presenza l’abbiamo anche da realtà con cui collaboriamo da molti anni come l’Associazione Genitori Insieme, che risponde, attraverso gruppi di auto aiuto, ai bisogni di molti genitori in difficoltà con i figli adolescenti.

In questo periodo l’Associazione ha deciso di non interrompere la propria attività e ha continuato ad essere presente e a fornire un servizio attraverso i propri facilitatori ai tanti genitori che non hanno potuto riunirsi in gruppo come nella consuetudine. Le riunioni sono state trasferite online per non far mancare quella condivisione, quel sostegno, quella vicinanza e quel conforto che si trova partecipando attivamente a un gruppo di auto aiuto.

Da quanto condiviso all’interno delle riunioni, è emerso che quello che aveva preoccupato maggiormente era la presenza forzata nell’ambito familiare di “genitori e figli”, anche per lunghi periodi, immaginando, quindi, scenari di aumento di conflittualità e aggressività dati proprio dalla forzata e implementata convivenza. Tale preoccupazione pare non abbia avuto riscontro in quanto all’interno delle famiglie si è naturalmente creato un clima di accettabile e pacifica convivenza, dove gli adolescenti hanno recepito un contenimento proveniente da un’autorità esterna forse maggiormente riconosciuta rispetto all’autorevolezza genitoriale.

In alcuni casi vi è stato anche un miglioramento della comunicazione tra genitori e figli e l’attivazione di sentimenti positivi e di conforto reciproco.

Secondo le osservazioni dei facilitatori, i genitori che frequentano assiduamente i gruppi hanno acquisito una capacità di riflessione, tolleranza, revisione e  messa in discussione della loro capacità genitoriale e  questo li  ha sicuramente aiutati , mentre i ragazzi, sollecitati dalla stessa emergenza, hanno assunto più responsabilità personale e consapevolezza dei limiti che possono giungere improvvisamente dalle situazioni della vita e che devono essere in primo luogo accettati e secondariamente adeguatamente affrontati .

La famiglia, in questa particolare situazione, a nostro avviso si è evidenziata come punto fermo per tutti i suoi membri, e in molti casi ha costituito un rifugio dove tutti hanno sentito il dovere di collaborazione e sostegno reciproco.

Anche nell’area della salute, della prevenzione alle dipendenze, abbiamo pensato che sarebbe stato utile aiutare a dare un senso a questi cambiamenti anche là dove non c’è ancora problematicità, ma desiderio di essere accompagnati nel difficile mestiere di genitori.  Abbiamo, quindi, deciso di non sospendere le attività previste ma di provare ad essere presenti con la costruzione di percorsi di gruppo “digitali” con genitori di bambini, gruppi che sarebbero dovuti partire di persona proprio all’inizio dell’emergenza, anche nell’ambito di progetti deputati alla riduzione dei disturbi da gioco d’azzardo.

Per ora le prime impressioni riguardano il fatto che la proposta sta ricevendo un numero elevato di adesioni.

Le persone, che si sono ritrovate con equilibri familiari totalmente diversi, hanno raccolto con entusiasmo l’idea di provare un percorso “digitale”, guidato da esperti, ma dove possono fare esperienza di condivisione, di gruppo, di vicinanza pur nella distanza.

Cosa aspettarsi nel futuro?

La dilatazione del fattore tempo rallenta anche la corrente dei nostri pensieri, dandoci la possibilità, se vogliamo, di osservarla, di osservare ognuno la propria visione della realtà, il proprio paradigma, ma prima ancora, dà la possibilità ad ognuno di diventare consapevole di vivere in un paradigma.

Alcuni pazienti coglieranno questa opportunità, altri no. Per noi sarà interessante condividere le loro impressioni e stare loro accanto fornendo gli strumenti necessari, se vorranno, al cambiamento.

Ho posato il piede nella mia cella e
il cemento è divenuto prato
(Nazim Hikmet
).

Per l’equipe del Ser.T. Distretto 13 – Genova
Dott.ssa Mirella Stefanini
Dott. Pala Ciurlo Alessandro
Dott.ssa Cristiana Busso