University of California: studio su metanfetamine e danni al sistema nervoso


In letteratura scientifica si trovano numerose evidenze che testimoniano la pericolosità delle methamphetamine. Questa sostanza ha una struttura simile all’anfetamina ed è una droga stimolante il cui utilizzo influisce sul sistema nervoso centrale. A causa della sua pericolosità è disponibile solo tramite prescrizione medica a carattere “non rinnovabile”. Essa aumenta il rilascio e blocca la ricaptazione del neurotrasmettitore dopaminergico, provocando elevate concentrazioni nel cervello.
Si tratta di un meccanismo d’azione comune alla maggior parte delle droghe, da intendersi come ruolo importante nel processo di ricompensa, di motivazione, di sensazioni di piacere e della funzione motoria. La capacità di liberare rapidamente dopamina nelle regioni deputate appunto alla ricompensa è la prerogativa per la produzione d’intensa euforia o la sensazione del cosiddetto “rush” che per molti soggetti è l’impulso di sniffare, fumare o d’iniettare nuovamente.
L’abuso cronico modifica significativamente il funzionamento celebrale. Le nuove analisi di neuroimaging, effettuate su consumatori abituali, hanno dimostrato gravi alterazioni nell’attività del sistema dopaminergico, associate con una diminuzione delle prestazioni psicomotorie e dell’apprendimento; per non parlare dei severi cambiamenti nella struttura e nella funzione in aree del cervello associate alle emozioni e alla memoria. Ciò chiarisce molti dei problemi emotivi e cognitivi osservati nei consumatori cronici di metanfetamine.
Anche leggendo i lavori dedicati ai test sugli animali è facile trovare analisi che spiegano come la sostanza produca importanti danni al sistema cerebrale (particolarmente alle terminazione della dopamina e della serotonina) e relativi deficit comportamentali, anche se somministra una sola volta. A maggior ragione l’aumento delle dosi nel corso del tempo coincide con le mutazioni della risposta genica, su impulso degli agonisti dopaminergici, sia nelle zone corticali che nell’area dello striato.
Al fine di analizzare con maggiore attenzione tutti gli effetti delle metanfetamine, è interessante approfondire il lavoro effettuato da tre ricercatori statunitensi; S.R. Boikess, S.J. O’Dell, J.F. Marshall, afferenti al Department of Neurobiology and Behavior, University of California, di Irvine, che hanno lavorato per quasi un anno su un gruppo di 17 roditori. Nel primo step della ricerca un primo cluster è stato trattato con elevate quantità (4 somministrazioni in un unico giorno ad intervalli di 120 minuti), mentre una semplice soluzione fisiologica era data al gruppo di controllo.
A distanza di 6 settimane i ricercatori californiani hanno notato che un solo ciclo di somministrazione (effettuata in un unico giorno) aveva già danneggiato le terminazioni cerebrali monoaminergiche striatali.
A tal fine è stata adoperata la radioimmunocitochimica poiché assomma la quantificazione con la risoluzione per regioni cerebrali. Inoltre è stata registrato un deciso ampliamento in termini d’espressione delle proteine Golfα, Giα e G, implicate nel processo di trasmissione dei messaggeri chimici. Come scrivono Boikess, O’Dell e Marshall nelle conclusioni del loro studio, per tutte le alterazioni stimolate dalle methamphetamine è lecito affermare il ruolo di regolazione delle quantità di proteine G-striatali e in definitiva nel fisiologico funzionamento dello striato.

 

di Paolo Berretta
Health Communication Manager – ISS