La marijuana, droga, medicina, business per la criminalità e potenziale business per lo Stato


Le politiche di controllo del consumo di droghe sono entrate, da alcuni anni, in una fase nuova con  esperimenti di depenalizzazione e di legalizzazione fatti in alcuni paesi. Occorre, naturalmente, molta prudenza nell’affrontare un tema così complesso e dalle mille sfaccettature e, probabilmente, l’occasione sarà la preannunciata conferenza dell’ONU nel 2016, quando si cercherà di fare un bilancio sulla lotta alle droghe e di “ritoccare” le tre Convenzioni del 1961, 1971 e 1988, che riguardano gli stupefacenti. Intanto, in Messico, ai primi di novembre, ha suscitato non poco scalpore la sentenza della Corte Suprema di Giustizia (Prima Sezione), che ha dichiarato la parziale incostituzionalità di alcuni articoli della “Ley General de Salud”, riguardanti il divieto assoluto del consumo di marijuana, ritenendoli in contrasto con il principio generale  sullo sviluppo della libera personalità. La causa era stata promossa da quattro persone iscritte alla SMART (Società Messicana di Autoconsumo Responsabile e Tollerante) che ritenevano legittima la detenzione di marijuana per uso personale. Toccherà, ora, alla CoFePRIS (Commissione Federale per la Protezione dai Rischi Sanitari) stabilire quale debba essere la quantità di marijuana che si può coltivare e detenere solo per il consumo personale,  anche se non si esclude , sul punto, un intervento del legislatore. Si tratta, comunque, solo di un primo passo verso una politica antidroga messicana meno severa, sull’onda di quanto è già avvenuto in alcuni Stati degli Usa, in Uruguay, in Olanda, in Portogallo. Infatti, perché questo giudizio di (parziale) incostituzionalità produca i suoi effetti più generali è necessario che si formi una giurisprudenza uniforme in almeno altri cinque processi. Certo è che c’è molto fermento, soprattutto ideologico, sull’uso ricreazionale della cannabis ( pianta che esiste da milioni di anni ed è una delle più antiche  coltivate dall’uomo) e gli esperti, giustamente, ricordano che si tratta sempre di una droga a tutti gli effetti, il cui principio attivo (Thc) è considerevolmente aumentato nel tempo con effetti “..potenzialmente deleteri e dannosi per il cervello dei giovani..” (cfr. Corriere della Sera, 8 novembre us. di Rosario Sorrentino, neurologo “Liberalizzare la cannabis? Chiedere prima agli esperti”). E, tuttavia, si dimentica ( o si finge di dimenticare) che i rischi maggiori sono, in realtà, con altre sostanze che creano dipendenze, eppure vendute dallo Stato, come il tabacco e l’alcol. Che dire del milione circa di persone che bevono troppo, nel nostro paese, di cui solo 60 mila si sono rivolte a strutture di recupero? Che dire dei 22milioni di euro l’anno di costi sociali e sanitari dovuti all’abuso di alcol?  Senza contare i 120mila ricoveri l’anno in ospedale  per problemi con l’alcol e per gli incidenti stradali e i delitti che l’abuso di alcol favorisce.

Inoltre, è stata studiata l’efficacia della cannabis, sia pure con risultati non definitivi, in diverse malattie, a partire da traumi cerebrali, ictus, glaucoma, artrite reumatoide, e contro la nausea e il vomito nella chemioterapia. Effetti benefici sono stati rilevati in alcune gravi forme di epilessia  (sindrome di Dravet). Recentemente, il 12 novembre u.s., a Napoli, in un convegno sulla SLA ( Sclerosi Laterale Amiotropica), è stato presentato uno spray di cannabis che ha determinato notevoli benefici sui pazienti trattati.

Che il traffico di marijuana sia un affare per la criminalità è arcinoto in tutto il mondo. In Messico, dove i profitti derivanti dal commercio delle droghe vengono stimati in circa 22miliardi di dollari, se si legalizzasse la marijuana ( il tema è all’ordine del giorno in Parlamento), il cartello di Sinaloa, il più poderoso delle organizzazioni messicane,  subirebbe una “perdita” di almeno il 5% del volume degli “affari”. Una eventuale legalizzazione in Italia della cannabis ( un disegno di legge firmato da parlamentari di diversi partiti è all’esame delle Commissioni Giustizia e Affari Sociale della Camera) potrebbe portare, nelle esangui casse statali, dai 6 agli 8 miliardi di euro di tasse (al 75%) su un giro d’affari stimato tra 8,7 e 11,6 miliardi. Si tratta di calcoli fatti sulla scorta dei consumi stimati di droghe (Relazione al Parlamento sullo stato delle Tossicodipendenze, 2014) e sui dati dei sequestri effettuati dalle nostre forze di polizia e dalle dogane (Relazione DCSA 2014), che, in genere, rappresentano solo una minima parte dei quantitativi di stupefacenti immessi sul mercato. Negli Usa, per ora, la marijuana legalizzata ( in 23 Stati per uso terapeutico, in 5 anche per uso ricreazionale), sta producendo un fatturato complessivo di circa 3 miliardi di dollari l’anno. Nel 2020, se legalizzata in tutti gli Stati, il giro d’affari della marijuana salirebbe a 35 miliardi di dollari secondo la stima fatta da Greenwaye Advisor ( su Washington Post, ottobre 2014). Il sistema bancario è, tuttavia,  refrattario a gestire il denaro proveniente dalla vendita di marijuana ( che resta vietata, a livello federale, così come il consumo). Situazione paradossale che determina incertezza nel diritto.  Il denaro conseguente, risulta, oltretutto, impregnato dal forte odore della droga, per il lungo periodo in cui è rimasto immerso nei negozi di vendita e  non è  particolarmente gradito ai clienti delle banche, che magari prelevano dollari “profumati” alla marijuana. In Italia, per ora, non ci sono ancora di questi problemi e i miliardi di euro provenienti dal traffico/spaccio di droghe contribuiscono, insieme a quelli del contrabbando di sigarette e della prostituzione, a quello 0,9% di incremento del Pil previsto nel corrente anno. Perciò non importa molto se ” pecunia olet”  anche di marijuana.

 

di Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).