31.05.21 – È bastato un piccolissimo virus – «un bastardino infettivo frutto di chissà quale anomalo incrocio», come lo definisce Pierangelo Sequeri – a interrompere l’incantesimo nascosto dietro la pretesa tecnocratica: la retorica del progresso tecnologico che ci rende più liberi e più autosufficienti si è disintegrata di fronte all’evidenza della vita reale in tutto il suo dramma. Abbiamo a lungo tenuto lontani i nostri figli dalla possibilità della debolezza, della fragilità e della morte, trasmettendo loro piuttosto la sicurezza dell’uomo che non deve chiedere mai, la forza di un ottimismo centrato sull’«andrà tutto bene» come parola d’ordine.
I nostri ragazzi sono cresciuti nel mito della prestazione, del risultato a tutti i costi, nella narrazione del self made man, dell’uomo che si realizza da solo, nello stile predatorio di chi per emergere deve schiacciare qualcun altro, nella logica della competizione e dell’accumulo che non prevede indietreggiamenti o ripiegamenti su ferite e sofferenze che devono rimanere perfettamente invisibili. Poi, all’improvviso, arriva questo bastardino infettivo e interrompe l’incantesimo. E ci ritroviamo con figli angosciati, incapaci di far fronte alla durezza della realtà, di colpo presi da disturbi sempre più evidenti, dall’insonnia all’autolesionismo. Come si curano le ferite ormai visibili della pandemia?
Accuditi con la didattica a distanza nella speranza illusoria che basti a colmare il vuoto scolastico, i nostri ragazzi si sono trovati improvvisamente esposti a solitudine e a sofferenza impreviste. Spesso abituati ad automedicarsi con le sostanze psicoattive, molti adolescenti avvertono l’angoscia di chi non è mai stato educato ad affrontare il dolore e la possibilità della morte.
(…omissis…)
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