02.06.21 – Questa pandemia è certamente tante cose. Prima di tutto una tragedia umana e sanitaria planetaria. Solo in Italia quasi 125mila vittime ed oltre 4 milioni di casi dall’inizio dell’epidemia. Ed il covid è senz’altro anche una tragedia economica. Le povertà sono in costante e preoccupante aumento, le persone che hanno perso il lavoro sono migliaia, così come sono altrettanti gli esercizi commerciali che hanno dovuto chiudere battenti. Ma questa pandemia sta anche segnando una frattura relazionale che sarà estremamente difficile sanare.

I nostri giovani, ed in particolare i ragazzi tra gli 12 ed i 17 anni, stanno vivendo, senza alcuna colpa, la negazione del proprio sacrosanto diritto all’incontro ed alla relazione con l’altro. 

Certamente la chiusura delle scuole, ed ora questa riapertura a singhiozzo, ha inciso non poco nella didattica e quindi nell’apprendimento. La sensazione però è che il ritardo più grave i nostri ragazzi lo stiano accumulando proprio nell’area relazionale. La scuola infatti è anche (e forse soprattutto) un punto di riferimento sicuro, un luogo di relazioni. Al termine di questa tragedia noi ci troveremo con giovani diciottenni che sono stati privati, in tutto o in parte, di un pezzo fondamentale del loro processo di crescita, quello non surrogabile “a distanza”: il contatto anche fisico e la possibilità di misurarsi con l’altro. I dati ci parlano di un’onda lunga di problemi psicologici che riguardano in particolare quella fascia di età. L’equipe del Prof. Stefano Vicari ci testimonia quotidianamente di come siano drammaticamente in aumento i casi di autolesionismo ed i tentativi di suicidio tra gli adolescenti.

(…omissis…)

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