La ludopatia, nel XXI secolo, è una malattia di cui si sa poco, almeno in Italia. Nel nostro Paese, infatti, manca una casistica specifica a riguardo. Non esistono banche dati, né numeri certi per quel che riguardano i malati. Chi ne è affetto, infatti, fa i conti con un sentimento che va oltre la voglia di farsi aiutare: la vergogna. Il paradosso di tutto ciò è che esistono numerosi studi riguardo questo fenomeno, ma, nessuno di questi, ha mai portato a terapie certe, né è riuscito a scavare nel profondo del problema.
Molti psicologi sono concordi nel definire il ludopata come un “malato sociale” che spesso, al gioco, associa un’altra patologia più grave (come la depressione), ma meno visibile. In linea generale chi è affetto da questa patologia è spinto a giocare, nella sua fase iniziale, dalla voglia di provare una scarica di adrenalina. Da questo punto di vista, il soggetto non è diverso da un pilota di formula 1 o di MotoGP. E’ il brivido, più che il bisogno di denaro a spingerlo. Prova eccitazione, nel momento in cui punta e un attimo prima di sapere se ha vinto o meno. Sono questi i momenti in cui il suo corpo riceve la massima soddisfazione. L’euforia della vittoria, invece, è una fase transitoria che viene subito sostituita dal bisogno di una nuova puntata.
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