15.05.26 – Il delicato equilibrio tra funzione punitiva dello Stato e diritto costituzionale alla salute trova il suo terreno più critico nella gestione della tossicodipendenza all’interno degli istituti penitenziari italiani. I dati più recenti delineano un quadro emergenziale: circa un terzo della popolazione carceraria totale — quantificabile in circa 20mila individui su oltre 62mila detenuti — si trova a fare i conti con una dipendenza patologica, legata in prevalenza al consumo di sostanze come cocaina, crack ed eroina. Nonostante la medicina scientifica definisca ormai da tempo la tossicodipendenza come una vera e propria patologia cronica e recidivante, che necessita di protocolli sanitari mirati e continuativi, la risposta del sistema detentivo appare strutturalmente frammentata.

La carenza cronica di Servizi per le Dipendenze (SerD) interni a tutte le strutture e l’esiguità numerica degli istituti a custodia attenuata (Icatt) rendono complesso garantire quella continuità terapeutica indispensabile per il recupero. Come evidenziato dalle stesse autorità di garanzia per i diritti dei detenuti, il contesto del sovraffollamento e del sottofinanziamento trasforma spesso il carcere in un fattore aggravante della patologia, anziché in un’opportunità di cura e reinserimento.

A fronte di questa crisi strutturale, acuita da anni di progressiva riduzione delle risorse umane e finanziarie destinate alla sanità penitenziaria pubblica, emergono tuttavia modelli organizzativi virtuosi che tracciano la strada per un cambio di paradigma. Esperienze pilota come quelle realizzate nelle case circondariali romane di Regina Coeli e Rebibbia — attraverso l’unificazione delle équipe di salute mentale e dipendenze della Asl Roma 1 e i progetti di Case della Comunità della Asl Roma 2 — dimostrano come un approccio integrato possa fare la differenza.

In questi contesti, la cura si sposta verso terapie innovative come i farmaci long-acting a lento rilascio prolungato, capaci di azzerare i rischi di abuso o cessione illecita all’interno delle celle e di restituire stabilità clinica e dignità al paziente. Il successo di questi percorsi, che registrano un drastico calo delle interruzioni terapeutiche, si scontra però con la denuncia di tecnici ed ex legislatori, secondo cui l’attuale orientamento politico ed economico rischia di smantellare il modello “a rete” del welfare sanitario italiano. Senza investimenti mirati sugli organici, sulle misure alternative e sulla sinergia con le comunità terapeutiche esterne, l’efficacia del trattamento della tossicodipendenza rischia di rimanere un’eccezione isolata in un sistema strutturalmente in affanno.

 


Fonte: Quei detenuti condannati alla tossicodipendenza, di Giuseppe Alberto Falci, pubblicato su The Post Internazionale (TPI).

Per la lettura integrale dell’inchiesta e l’analisi dettagliata dei dati e delle testimonianze, è possibile consultare l’articolo originale al seguente link: Leggi l’articolo completo su TPI