27.08.25 – Negli ultimi anni, il rapporto tra individui e piattaforme online è diventato oggetto di crescente attenzione da parte della comunità scientifica, educativa e sociale. L’uso intensivo dei social media, pur offrendo vantaggi concreti in termini di connessione sociale, accesso all’informazione e mobilitazione collettiva, ha messo in luce un fenomeno preoccupante: un crescente coinvolgimento emotivo e comportamentale che, in molti casi, sfocia in una vera e propria dipendenza. Questo fenomeno non riguarda esclusivamente gli adolescenti, ma si estende a fasce adulte di età, con conseguenze che incidono sulla salute mentale, sulle relazioni interpersonali e sulle capacità cognitive.

Nonostante alcuni esperti abbiano già lanciato segnali di allarme all’inizio del decennio, spesso le loro osservazioni sono state sottovalutate o liquidate come reazioni di chi non comprende il progresso tecnologico. Tuttavia, i dati scientifici sempre più robusti stanno confermando che un uso eccessivo e compulsivo delle piattaforme digitali può generare effetti simili a quelli delle dipendenze da sostanze. Sebbene il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) non includa ancora la “dipendenza dai social media” come diagnosi ufficiale, la comunità psichiatrica e psicologica internazionale riconosce ormai tale comportamento come una forma di dipendenza comportamentale, paragonabile a quella da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo o da attività sessuali.

Uno studio pubblicato nel 2015 dal ricercatore norvegese Cecilie Schou Andreassen ha mostrato che i meccanismi cerebrali coinvolti nell’uso ossessivo dei social network sono sovrapponibili a quelli attivati da sostanze psicoattive. Il cervello umano risponde positivamente a stimoli immediati e ricompense rapide, come riceve un “mi piace”, una condivisione o una notifica. Questi eventi attivano il sistema della ricompensa, innescando la liberazione di neurotrasmettitori come la dopamina, responsabile del senso di piacere e di gratificazione. Con il tempo, questo meccanismo può portare a un bisogno crescente di stimoli digitali, riducendo la capacità di tollerare la frustrazione o di rimandare la gratificazione.

Andreassen, insieme al collega Ståle Pallesen, ha definito la dipendenza da social network come una condizione in cui la persona è costantemente preoccupata per la propria presenza online, sente un impulso incontrollabile a controllare i propri profili e dedica così tanto tempo a queste attività da trascurare impegni lavorativi, scolastici, relazionali e persino la propria salute fisica e mentale. Tale comportamento è stato associato a un deterioramento delle funzioni esecutive, in particolare nella capacità di prendere decisioni razionali. Un esperimento condotto all’Università del Michigan ha utilizzato il test Iowa Gambling Task — comunemente impiegato per valutare il funzionamento cognitivo in soggetti con dipendenze — su un campione di 71 persone. I risultati hanno mostrato che chi fa un uso eccessivo dei social media tende a compiere scelte più rischiose e meno vantaggiose, un profilo simile a quello di persone affette da dipendenza da oppiacei o cocaina.

La gratificazione istantanea offerta dai social non è l’unico fattore in gioco. L’uso prolungato di questi strumenti è associato a un aumento dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e una deregolazione emotiva che può favorire ansia, depressione e bassa autostima. Inoltre, la continua esposizione a contenuti curati e idealizzati può innescare meccanismi di confronto sociale negativo, alimentando insicurezze e sentimenti di inadeguatezza. La ricerca di approvazione esterna, misurata in follower o like, diventa un obiettivo centrale, compromettendo l’autenticità delle relazioni e il benessere psicologico.

Sintomi di dipendenza possono manifestarsi in modi quotidiani: controllare il telefono appena svegli, portarlo in bagno, usarlo durante i pasti familiari, preferire l’interazione virtuale a quella reale, o passare gran parte del tempo libero a documentare esperienze invece che a viverle. Alcuni comportamenti estremi, come le cosiddette “killfie” (selfie mortali), rivelano una deriva pericolosa: giovani che rischiano o perdono la vita pur di ottenere un’immagine spettacolare da condividere online. Un caso emblematico è quello di Gaia, una ragazza deceduta nel 2023 mentre tentava di scattare una foto in una zona impervia del fiume Piave, considerata “instagrammabile” ma altamente pericolosa.

Parallelamente, si sta diffondendo un fenomeno di isolamento sociale estremo, noto con il termine giapponese hikikomori , in cui adolescenti e giovani adulti si ritirano completamente dalla vita sociale, rinchiudendosi in camera per mesi o anni, senza contatti con la famiglia o la scuola. Gli studi indicano che l’intervento precoce — entro i primi sei mesi di ritiro — è cruciale per evitare che il distacco dal mondo diventi cronico. La famiglia ha un ruolo fondamentale nel prevenire e affrontare questa condizione, attraverso un’educazione digitale consapevole, la promozione di attività offline e un sostegno emotivo autentico, non basato su compiacenza ma su responsabilità genitoriale.

Uno studio globale del Sapien Labs, pubblicato sul Journal of Human Development and Capabilities , ha analizzato oltre 100.000 giovani tra i 18 ei 24 anni, rilevando che chi ha ricevuto il primo smartphone prima dei 13 anni presenta un rischio significativamente più alto di sviluppare sintomi di salute mentale precoci, tra cui pensieri suicidi, aggressività, difficoltà di regolazione emotiva e allucinazioni. Il 40% degli effetti negativi è attribuibile all’accesso precoce ai social media, seguito da cyberbullismo, disturbi del sonno e conflitti familiari. Anche il mondo medico segnala un aumento di problemi visivi nei bambini, legati all’uso prolungato di schermi in età molto giovane.

In questo contesto complesso, è necessario un approccio multidisciplinare. Le soluzioni non possono limitarsi a demonizzare la tecnologia, ma devono promuovere una cultura del digitale responsabile. Tra le misure pratiche suggerite ci sono: rimuovere le app più coinvolgenti dalla schermata principale, impostare lo schermo in scala di grigi per ridurre l’attrattiva visiva, limitare l’uso del telefono durante i pasti e durante le attività fisiche, e stabilire una “zona tech-free” in casa.

L’educazione digitale deve essere parte integrante del percorso formativo, a partire dalla scuola primaria. Genitori, insegnanti e operatori sociali devono collaborare per insegnare ai giovani a navigare nel mondo online con consapevolezza, criticità e autoregolazione. Non si tratta di eliminare gli strumenti digitali, ma di usarli in modo equilibrato, senza che diventino una prigione invisibile.

La sfida attuale non è solo tecnologica, ma culturale e umana. In un’epoca di cambiamenti rapidi e contraddittori, la capacità di riflettere, prevenire e adattarsi diventa fondamentale. Solo attraverso un approccio proattivo, basato su dati scientifici, empatia e responsabilità collettiva, sarà possibile costruire un futuro in cui la tecnologia serve le persone, invece di dominarle.

 
 

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