Il khat, la droga “dell’amicizia e della preghiera”


Nello Yemen, sconvolto ancora dalla guerra e con gravi carenze di cibo e acqua, il consumo quotidiano di Khat è diffusissimo e coinvolgerebbe circa l’80% degli uomini e il 60% delle donne. Secondo le stime della Banca Mondiale (2016), un lavoratore su sette sarebbe impiegato nella produzione e distribuzione di questa droga, un’attività che rappresenterebbe la seconda fonte di impiego in tutto il paese, dopo l’agricoltura e l’allevamento.

Proviamo a dare qualche informazione di dettaglio su questo arbusto ( quat è la traslitterazione di una parola araba che significa, appunto, arbusto) anche perché il nostro paese è interessato da quantitativi consistenti di questa droga ( destinata, soprattutto, alle comunità somale, etiopi, arabe, stanziali in Italia ma in crescente diffusione anche tra gli europei) a giudicare dai dati sui sequestri operati dalle forze di polizia e dalle dogane dal 2010 a marzo 2016: circa 4.500 kg ( gli ultimi 40 kg sequestrati dalla Guardia di Finanza e dalla Dogana, all’aeroporto di Fiumicino, il 16 luglio, ad un corriere lituano proveniente da Nairobi e ad un etiope imbarcatosi ad Addis Abeba).

Sono le foglie e i germogli della Catha edulis  che contengono i principi attivi di “catina” e “catinone” che sono i composti analoghi alle amfetamine e alla cocaina. E’ dal 1980 che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato il Khat ( conosciuto anche come ghat, giat, jaad, miraa e mairungi), tra le droghe. Un vecchio racconto yemenita narra di un pastore che aveva notato una delle sua capre correre in maniera insolitamente veloce dopo averla osservata per alcuni giorni mentre brucava le foglie dell’arbusto della khat. Spinto dalla curiosità, il pastore le assaggiò e “..quella notte non dormì e fu in grado di stare alzato e di pregare e meditare per molte ore”. Per ottenere gli effetti stimolanti occorre masticare le foglie (l’effetto euforizzante si ha dopo una o due ore circa dalla masticazione) fino a formare un bolo che viene mantenuto e costantemente rinnovato all’interno delle guance consentendo, così, il caratteristico rigonfiamento delle stesse. La masticazione ( e lo sputo del bolo) fanno parte del costume delle popolazioni oltre che dello Yemen, dell’Arabia Saudita, di Etiopia e Somalia. Il khat va consumato fresco e, comunque, entro pochissimi giorni dalla raccolta a causa della rapida deperibilità del catinone. In alcuni sequestri avvenuti in Italia, le foglie erano state conservate nelle bucce di banana per cercare di prolungarne la freschezza.

Il consumo del khat avviene solitamente in gruppi amicali e particolare attenzione viene rivolta a tutto un insieme di elementi culturali che favoriscono e mantengono i suoi effetti come indossare le vesti tradizionali, bruciare l’incenso, conversare piacevolmente, ascoltare musica, bere tè. Un interessante aspetto di questo rituale consiste nel creare nell’ambiente una temperatura alta chiudendo bene porte e finestre, ben consapevoli del fatto che il caldo fa aumentare gli effetti del khat. Nel corso della “seduta” di consumo, che si protrae per ore, si parla di argomenti di interesse comune ma anche di carattere religioso o favolistico. Sotto quest’ultimo aspetto non va dimenticato che l’uso del khat assume anche un senso religioso. A Mogadiscio, si racconta come la pianta fosse cresciuta spontaneamente sulla tomba di un santone vissuto nel secolo XI e assai venerato dalla popolazione. Alcuni seguaci, dopo averne assaggiato le foglie e averne sperimentato il potenziamento della memoria e di diminuzione del senso di fatica, dedussero che la pianta era un dono del santone per poter onorare Allah. Uno studio di alcuni anni fa condotto in Etiopia, ha rilevato che più della metà della popolazione di una comunità rurale di religione prevalentemente musulmana aveva usato il khat per ottenere una buona concentrazione durante la preghiera. Va anche detto che malgrado questi solidi legami con l’Islam, la politica degli stati islamici della regione è di deciso contrasto al consumo del khat. Droga che causa non pochi problemi a lungo andare negli assuntori. Si parla anche di vere e proprie allucinazioni e di seri danni ai denti. Le foglie, infatti, contengono piccole quantità di zuccheri, sali minerali e vitamina C, ma forti quantità di sostanze irritanti e antinutrizionali. La permanente sollecitazione irritante delle mucose della bocca e della parete esofagea, produce tumori epiteliali delle mucose mentre la soppressione dello stimolo della fame recato dal khat porta a situazioni di anoressia e a conseguente forte dimagrimento.

 

di Piero Innocenti
(Dirigente generale della Polizia di Stato a riposo, Questore in alcune importanti città italiane ha avuto una pluriennale esperienza nella Direzione Centrale per i Servizi Antidroga svolgendo anche servizio in Colombia come esperto).