14-05-20 – Di viaggi ne avrò fatti. Ospite ospitante. Mi sono appoggiato alle mie sorelle: cellule a cui dopo pochi giorni già davo del tu. Ho colonizzato corpi, trasformato polmoni in sacche rigide che a stento riuscivano a comprimersi. E ho lottato per resistere a cure che nemmeno peraltro mi turbavano più di tanto. Ma quello che accadeva fuori o forse ancora più dentro di dov’ero, lo ignoravo. Ho visto anime vagare smarrite perché gli avevo consegnato tempo, un tempo che non aveva semplicemente a che fare con l’orologio, un tempo vissuto, un tempo che non poteva cioè semplicemente passare, ma attraversato, assaporato fino in fondo. Ma queste anime pur avendolo sempre chiesto adesso non sapevano che farsene. Ho visto corpi mantenere distanze, chiudere le bocche dentro mascherine introvabili ed improbabili, ho visto mani che salutavano mani da lontano, e occhi rischiare le lacrime perché l’addio ad un proprio congiunto bisognava darlo coi ricordi. Mi hanno chiamato cinese, americano, figlio di…un gran complotto, ma ho da subito capito che la paura di ciò che ci appartiene è la paura più grande, perché l’invisibilità è la più presente delle pandemie.

Forse questo mio contributo dovrebbe intitolarsi dialogo con il Covid19, perché l’esplosione della pandemia dovrebbe sottendere appunto un dialogo di portata mondiale col mondo interiore di ciascuno di noi, ma l’impresa sarebbe risultata presuntuosa e troppo complicata, per cui piegandomi alle esigenze della mia personalità e alla mia professione ho scelto di assecondare solamente la parte presuntuosa. Ne faccio dunque una riflessione ambiziosa legata all’ambito professionale che ci lega tutti: le dipendenze e il coronavirus, perché l’invisibilità quest’ambito la conosce da prima di tutte le pandemie, perché guardarci attorno in questa sezione di vita non è mai stata una priorità, perché abbiamo riflettuto su chi non siamo mai stati da sempre, dalla 309/90 ad oggi. E riflettendo sul nostro mondo non posso fare a meno di includere quelli che chiamiamo “nostri” pazienti ma che in verità non sono mai stati di nessuno, nemmeno del covid. Figli di un dio di seconda mano che si attrezzava col possibile per giocare all’ideale, o forse, per giocarsi l’ideale. Frotte di operatori ed utenti impegnati nell’arte diabolica della recriminazione, ma comunque e sempre in prima linea. E adesso che si fa? Tutti rinchiusi dentro sbarre invisibili, assatanati di tecnologie che abbiamo sempre trattato per vezzo o per gioco e che invece si parano davanti nella loro nuda essenzialità: unica forma di comunicazione, unica possibilità per raccontarci cene luculliane, ricette improbabili da alchimisti dei fornelli, di spolverate interminabili a mobili che nemmeno sapevamo di avere, di silenzi strani perché a tavola si è tutti insieme a raccontarci il disagio che siamo.

E i nostri utenti? Eh sì “nostri”, perché sono nostri quelli che si sono organizzati via skype, in gruppo, a tendersi una mano disinfettata dalla distanza, dalle parole dette sottovoce, dall’emozione che squarcia lo scorrere di un giorno. Hanno condiviso, parola così densa di contraddizione, vista l’impossibilità di una vicinanza, hanno condiviso la necessità di mantenere compliance esistenziali.

Mi accorgo che questo contributo, non è affatto un contributo, non dice nulla su come i Servizi delle dipendenze si devono organizzare per far fronte al post (?) Covid19, nulla su come i pazienti arriveranno psicologicamente e fisicamente, scaglionati di certo, da noi. Ma niente di razionale e sensato, perché chi scrive è stanco di sentire che c’è sempre qualcuno che sa, che può dire qualsiasi cosa su qualunque argomento. Questo mio scritto vuole essere un tributo al “non so”, al “ho paura”, al “io ci sono”, così lascio la parola all’unico esperto che ritengo informato sui fatti perché quei fatti sono…suoi, il virus appunto.

Pensavo che la gente capisse che gli anni passati a trascurare le relazioni, sono invissuti, ma devo ricredermi, non ho fiducia nell’umano perché l’umano dimentica le lezioni che dovrebbe sancire a fuoco vivo sulla pelle. Dicono che sono un nemico, che questa è una guerra, ma io non ce lo con nessuno. Questa semmai è una prova di maturità e da quanto ho capito, gli esseri umani la stanno fallendo completamente. Perché gli esseri umani giustificano le loro contraddizioni ma se esse si presentano nella loro esistenza non colgono la portata trasformativa che contengono, solo quella restrittiva alle proprie abitudini e ritualità. Che tipo di relazioni volete avere quando vi darò la tregua che chiedete? Che tipo di uomini e donne volete essere quando il mio mietere morti e contagi si placherà? La vera Pandemia è porsi domande vecchie come il mondo a cui il mondo ha fatto di tutto per non rispondere in ogni epoca? Eh lo so volete sapere dei tossicodipendenti, dei malati di gioco d’azzardo, dei dipendenti patologici insomma…beh! Non hanno fatto una piega, invisibili prima, invisibili oggi, contagiati o meno. Si torneranno a fare? Di più di prima? Può essere perché i sopravvissuti tendono a misurarsi con l’immortalità e per questo a rischiare la vita. O forse di meno? Perché questa lezione la possono capire solo quelli che sul limite dell’esistenza ci hanno piantato le tende? Le statistiche propendono per la prima ipotesi, ma il vero nodo è che tipo di operatori incontreranno?

La domanda è ben posta. Mi lascia interdetto. Ne immagino i possibili scenari e tipologie.

Operatori dietro le mascherine, coi guanti, come è giusto che sia, timorosi, che disinfetteranno ogni passaggio umano che ha anche solo lambito il loro spazio. Operatori che avranno un tempo determinato per aggiustare una terapia farmacologica, redigere un attestato, condurre un colloquio. Operatori che… Dio ma io operatori così li ho già visto in tempo di “pace”, e allora siamo da quanto tempo in pandemia. Chiudo allora con una preghiera:

Padre Covid porta domande lì dove ci sono certezze rassicuranti,
porta creatività dove risiede la più ferrea stagnazione,
traduci integrazione dove prima ha regnato l’egoismo arrivista.

Che tu possa destare i cuori assopiti tra le carte e le rivalse sindacali,
che tu sia per noi il dolore generatore di coscienza.

Perché tu sei onnipotente,
perché è onnipotente chi costringe l’umana umanità
a guardarsi dentro senza infingimenti.

 

Dott. Pietro Scurti

Dirigente Psicologo Ser.D. Casavatore – ASL Napoli 2 Nord

Presidente Comitato Tecnico Scientifico S.I.Pa.D. Campania